La guerra è sdoganata? Bisogna gridare più forte: pace!

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Ormai la guerra – persino un possibile coinvolgimento dell’Europa nella guerra – è sdoganata.

Non passa giorno che leader nazionali e responsabili delle istituzioni Ue non facciano riferimento al conflitto ucraino (ce ne sono molti altri nel mondo, ma questo è alle porte) per sottolineare subito dopo la necessità di fornire nuove armi a Kiev e, in aggiunta, di produrre armi per gli eserciti europei.

Certamente la pressione russa preoccupa sia i capi di Stato e di governo sia i comuni cittadini.

Così i governanti dell’Europa, che ha conosciuto 70 anni di pace grazie al processo di integrazione economica e politica, oggi non escludono di riprendere in mano le armi.

Ed è la stessa Unione europea insignita del Nobel per la pace nel 2012!

Si respirano, dunque, insistenti “venti di guerra”.

L’aggressione voluta da Putin all’Ucraina ha accelerato questo processo.

Ma vi hanno contribuito, a vario titolo, gli attacchi terroristici avvenuti su suolo europeo negli scorsi anni (Madrid, Londra, Oslo e Utoya, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Strasburgo, Barcellona…), seminando legittimi timori tra la gente.

I media e i social alimentano poi le paure raccontando ogni giorno il conflitto tra Israele e Hamas, le azioni militari nel Mar Rosso e una infinità di altri fronti di guerra nel mondo.

Ma da quel 24 febbraio 2022 in cui Putin ha deciso di assumere le vesti della minaccia globale abbiamo misurato una vera escalation.

La Conferenza sull’Ucraina, svoltasi a Parigi a due anni dall’invasione russa, ha visto, tra gli altri, il presidente francese Emmanuel Macron assumere le vesti di un generale d’armata.

«La Russia – ha detto – non può e non deve vincere la sua guerra con l’Ucraina e nulla deve essere escluso per raggiungere questo obiettivo».

Ecco, nulla dev’essere escluso. Forniture di armi e finanziamenti: sta già avvenendo. Utilizzo dell’aviazione di Paesi Ue?

Invio di truppe di terra? Un coinvolgimento diretto nel conflitto di Nato ed Europa? Difficile immaginare il futuro. Difficile – così – immaginare un futuro.

Del resto gli stessi leader delle istituzioni comunitarie sembra facciano a gara a dimostrarsi solidali con Zelensky (ed è lecito), pur andando, finora verbalmente, oltre il “sostegno esterno” al popolo, al governo e all’esercito ucraini.

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno fatto proprio un inquietante vocabolario di guerra: «l’Ucraina deve vincere, dobbiamo sconfiggere Putin, la Russia deve pagare il prezzo dell’invasione…».

Le recenti risoluzioni dell’Europarlamento fanno costante riferimento ad armi e munizioni. Alla necessità di produrne di più.

Sulla stessa linea la Commissione europea, dove addirittura la Von der Leyen, candidandosi per un secondo mandato, ha promesso di istituire un portafoglio “Difesa” (benché la Commissione non abbia questa competenza, avendo semmai quella dell’industria della difesa).

All’inizio di marzo proprio la Commissione Ue ha lanciato la proposta per la «strategia industriale europea in materia di difesa», stanziando subito 1,5 miliardi di euro nel triennio 2025-2027 al fine di incrementare la produzione bellica.

La strategia è stata accompagnata da dichiarazione piuttosto muscolari.

«L’Europa è in pericolo, la guerra è ai nostri confini ed è una guerra che non sembra finire presto ed è per questo che dobbiamo rafforzare la nostra capacità di produzione» bellica, ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa, Josep Borrell.

Specificando, se non fosse stato chiaro: «L’Europa non ha un Pentagono, dobbiamo quindi concordare il modo in cui gli Stati membri reagiscono».

Per aggiungere subito dopo: «L’Ucraina ha bisogno di 200mila pezzi di artiglieria da 155 millimetri al mese, circa 2,5 milioni all’anno. […]

Non si combattono le guerre con le banconote, ecco perché serve aumentare la capacità di produzione industriale in Europa».

La vicepresidente dell’Esecutivo Margrethe Vestager gli ha fatto eco: «La nostra spesa per la difesa va a troppi sistemi d’arma diversi, acquistati principalmente da Paesi terzi.

Ora che i bilanci per la difesa in tutti gli Stati membri sono in forte aumento, dovremmo investire meglio».

Ecco: più soldi per le armi, incrementiamo l’industria bellica, rispondiamo alla minaccia con le minacce!

Parole comprensibili, per certi aspetti.

Colpiscono però le parallele dimenticanze e i silenzi sul versante della politica, della diplomazia, dei tentativi di riportare al tavolo della pace i contendenti (senza peraltro confondere aggressore e aggredito).

Ciò che manca è proprio questo: qualcuno – Europa in primis – che ogni giorno invochi la pace, agisca per la pace, indicando l’urgente necessità di risposte politiche.

E questo vale per l’Ucraina, per la Terra Santa, e per ogni angolo del mondo in cui troppi essere umani muoiono o soffrono o si impoveriscono o vedono i propri diritti negati per colpa della vecchia, maledetta guerra.

Noi continuiamo a credere – con papa Francesco – che «la pace è sempre possibile» mentre «la guerra è sempre una sconfitta».

(Questo articolo è l’editoriale del numero di aprile di Popoli e Missione)