Brasile: ancora morte, il Covid non frena nonostante il vaccino

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Il virus ha messo in ginocchio il gigante latinoamericano con cifre record di morti e di malati di Covid intubati senza anestesia per la mancanza di farmaci e strutture. Nonostante il vaccino arrivato tardi e male, il Brasile boccheggia.

«La pandemia ha tolto al popolo della strada ogni prospettiva».

A parlare con Popoli e Missione è don Simone Bernardi, il missionario che è l’anima pulsante dell’Arsenale della Speranza di San Paolo, la più grande struttura di accoglienza di senzatetto di tutta l’America Latina.

Con 400mila morti e 14,5 milioni di contagiati registrati a fine aprile, il Brasile ha già avuto più decessi in questo 2021 che in tutto l’anno scorso, a testimonianza di come questa seconda ondata sia stata terribile nel Paese.

E mal gestita dal presidente Jair Bolsonaro, come denunciato a Michelle Bachelet da padre Dario Bossi, missionario comboniano in prima linea per i diritti dei popoli indigeni e l’Amazzonia durante la 46esima sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, il 9 aprile scorso.

«Con la prospettiva di “salvare l’economia” – dice il comboniano – il governo non ha adottato misure efficaci per contenere la diffusione del Covid-19 in Amazonia, né in altre regioni del Paese.

La posizione negazionista del presidente è arrivata a scoraggiare l’uso di maschere ed a raccomandare trattamenti preventivi inefficaci e pericolosi per la salute.

Denunciamo l’incuria dello Stato e chiediamo l’individuazione delle responsabilità delle autorità pubbliche. È urgente che il governo garantisca il vaccino con priorità alle popolazioni indigene e ad altre popolazioni tradizionali, nonché dia aiuti finanziari di emergenza a tutte le famiglie povere, fino alla fine della pandemia».

Una casa, l’ultima spiaggia

Poveri che aumentano e bussano sempre più spesso alla porta della “casa”, come don Simone chiama l’Arsenale, fondato e gestito dal Servizio missionario giovanile (Sermig) di Torino. Una struttura che oggi accoglie 1.200 senzatetto: non sono mai stati così tanti.

«Lo scorso anno abbiamo fatto un vero lockdown all’inizio della pandemia: 96 giorni qui dentro con 1.000 persone, un esperimento sociale incredibile» racconta orgoglioso. «Abbiamo imparato tantissimo.

È stato un po’ come andare su Marte, non avevamo mascherine, né gel igienizzante ma abbiamo fatto un patto con la nostra gente per proteggerci da quello che non conoscevamo. E ce l’abbiamo fatta».

Quest’anno, però, è diverso. Durante la prima ondata, chi arrivava all’Arsenale «prima faceva lavoretti, trovava qualcosa, accedeva ad un corso professionale, si alfabetizzava da qualche parte, adesso invece non c’è più niente». Già perché la pandemia ha congelato tutto.

«I corsi dell’istituto brasiliano per la formazione professionale (Senai) si sono momentaneamente fermati. Sempre più persone, tanti giovani stanno arrivando da tutto il Paese, molti da Rio, perché qualcuno gli ha detto che qui si può imparare un mestiere, ma non è neanche più vero».

Sono persone disperate che non sanno dove andare, questa è l’ultima spiaggia. Lo spazio però è limitato, le altre case di accoglienza in tutto il Brasile sono piene ed il popolo della strada aumenta. Ma quello che più spaventa è la confusione generata dall’incertezza delle informazioni.

Notizie avvelenate che girano in internet, dove sono diffuse fake news e «veri e propri obbrobri” e incitazioni all’odio. Confusi anche i fedeli, con le messe presenziali di Pasqua prima autorizzate da un giudice della Corte Suprema nominato da Bolsonaro e poi proibite per decisione collegiale.

(l’articolo prosegue sul numero di giugno di Popoli e Missione in uscita).