Tunisia: democrazia in bilico, il pugno di ferro di Saied

La popolazione protesta in piazza, il presidente sospende i lavori del Parlamento per 30 giorni.

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La democrazia tunisina, nata dalle rivolte del 2011, è messa seriamente alla prova in questi giorni e si parla già di tentato colpo di Stato.

Dopo le numerose manifestazioni di protesta delle ultime settimane (la crisi economica non è più sostenibile e il Covid l’ha inasprita), il presidente Kais Saied ha sospeso ieri i lavori parlamentari per un periodo di 30 giorni. Si è pertanto attribuito il potere esecutivo.

Una mossa che preoccupa non poco il popolo della Tunisia, molto sensibile alle libertà garantite dalla Costituzione, nata con la nascita ufficiale della democrazia nel 2014.

In base alla Carta costituzionale in Tunisia vige un sistema parlamentare misto: il presidente è a capo della diplomazia e ha il potere di garantire la sicurezza, ma non quello di far le leggi.

Dopo questa mossa ardita di Saied, il principale partito al potere, l’islamista Ennahdha, ha gridato al Colpo di Stato, sobillando le folle.

Il Paese è così in bilico, e in queste ore, come raccontano le agenzie di stampa e i principali quotidiani tunisini, le piazze si riempiono di manifestanti che temono per la tenuta della democrazia.

In realtà la Tunisia è in crisi già da qualche anno, se non altro dal punto di vista economico: la Primavera araba ha portato con sè libertà e democrazia ma non migliori condizioni economiche e redistribuzione del reddito.

Tanto che anche dopo la fine della dittatura è proseguito l’esodo di tunisini dal paese e le migrazioni verso l’Europa sono perfino aumentate. 

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La pandemia, nell’ultimo anno e mezzo ha accentuato uno stato di malessere che serpeggia da tempo. I numeri relativi al Covid sono preoccupanti, anche per via di un sistema sanitario non efficiente: si parla di 71mila 670 infetti negli ultimi 14 giorni e di oltre 18mila morti.

I vaccini stentano ad arrivare, ma il Paese ha ricevuto 3,2 milioni di dosi, in gran parte donate, e si prevede che superi i 5 milioni entro metà agosto, secondo il ministero della salute.

Circa 500.000 dosi sono arrivate dalla Cina. Ma perchè la Tunisia non è mai riuscita davvero a decollare dopo le rivolte e l’avvio delle Primavere arabe?

«Il sistema capitalista considera produttività ed innovazione come elementi chiave», ci spiegava qualche tempo fa l’economista Clara Capelli.

Ma in Tunisia l’anelito al capitalismo si scontra con una fragilità di sistema che avrebbe bisogno piuttosto di un solido Stato sociale.

Eppure «c’è una resistenza del modello economico neoliberale al cambio di paradigma», afferma Capelli.

Il neoliberismo qui ha fatto diversi danni: la Carta costituzionale del 2014 è una delle migliori possibili, elaborata da tutte le forze in campo (laiche ed islamiste), ma la Tunisia è ancora profondamente diseguale e frammentata; la disoccupazione galoppa e non dà prospettive ai giovani.

«La crisi è fortissima – spiega a Popoli e Missione Renata Pepicelli, docente di Islamistica e Storia dei Paesi islamici all’Università di Pisa – ed è legata alla disoccupazione giovanile. Sono giovani con diplomi, istruiti, che hanno investito nella formazione scolastica ed universitaria e adesso non trovano lavoro». Molti di loro partono e prendono il largo.

(La foto di apertura di Ilaria De Bonis è stata scattata a Sidi Bouzid, cittadina dell’entroterra tunisino da dove è partita la rivoluzione del 2011).