Sudan, padre Dalle Carbonare: “200 studenti del Comboni college chiusi dentro, fuori sparano”

È in corso un colpo di Stato nel Paese africano

Facebooktwitterlinkedinmail

“Io sto bene, in questo momento mi trovo in Egitto, ma i nostri confratelli sono in Sudan. Sono salvi, almeno fino ad ora, ma la situazione è molto tesa e temiamo per i ragazzi della nostra scuola chiusi lì dentro da ieri”.

Padre Diego Dalle Carbonare, missionario da anni in Sudan, ci racconta cosa accade a Khartoum, la capitale dove da ieri è in corso un tentativo di colpo di Stato da parte di gruppi paramilitari.

“Al Comboni college, la nostra scuola di Khartoum, da sabato mattina 200 studenti sono nel seminterrato dell’edificio, impossibilitati ad uscire perché ci sono sparatorie ovunque li fuori, anche nella zona adiacente alla scuola”.

Padre Diego racconta che i ragazzi, tutti sudanesi sotto i 18 anni, si trovano ostaggio di una crisi politica sfociata quasi in guerra civile, assieme ad alcuni degli insegnanti e alcuni padri.

“I 200 ragazzi non hanno cibo e non si possono muovere da lì”, dice.

“Durante la notte gli spari sono un po’ calati ma non sono cessati del tutto e da oggi, domenica mattina alle sei, hanno ripreso a sparare”.

Sabato mattina la popolazione si è svegliata nel caos e nel terrore:

“hanno sparato per tutto il giorno, iniziando alle 10.00 del mattino”, ricorda il comboniano.

Il peggio è per gli studenti delle scuole: “tanti genitori non sono riusciti a prendere i ragazzi a scuola e credo sia lo stesso per molti”, dice il missionario.

“In altre zone del Sudan sembra sia meno intenso, ma lì a Khartoum la guerriglia è pesante.

Vi chiedo o una preghiera e che finisca presto l’uso della forza”.

La notizia di un golpe non coglie di sorpresa il popolo, poiché da almeno un anno il Paese è in bilico e si parla di tentativi di rovesciare il

“Temevamo da tempo questo epilogo -dice – l’esercito e i paramilitari hanno cominciato a farsi la guerra a Khartoum e in altre città del Sudan.

Per ora lo scontro è limitato a posti strategici di comando e approvvigionamento, come anche l’areoporto.

“Manca la corrente e probabilmente fra un po’ mancherà anche l’internet”, conclude.

Già a gennaio 2022 la violenza dell’esercito e l’impossibilità di fermare i massacri contro la popolazione che protestava, avevano spinto il premier depotenziato Abdalla Hamdok a gettare la spugna:

dopo mesi di negoziati falliti e un tentativo mai andato in porto di formare un nuovo governo, Hamdok aveva rassegnato le dimissioni.

Da allora il Paese viveva un vuoto politico e un’ attesa di democratizzazione.