Mozambico, i fidei donum raccontano: “vita difficile tra sfollati, fame e virus”

La gente scappa dalla guerra di Cabo Delgado e arriva a Nacala dove le condizioni sono già precarie.

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Nella zona centro-settentrionale del Mozambico, provincia di Nacala al confine con Cabo Delgado, operano alcuni missionari fidei donum italiani che ci raccontano il dramma vissuto inm questi mesi assieme alla gente. Tra sfollati in fuga dal nord, la fame che avanza per mancanza di piogge e infine la minaccia del coronavirus, (tra le malattie che attanagliano l’Africa), la vita non è facile in Mozambico.

Don Francesco Castagna, don Fabio Gastaldelli e don Manuele Modena, fidei donum veronesi, sono nella missione di Namahaca.

«Si stimano in 700 mila gli sfollati di Cabo Delgado che si sono distribuiti nelle zone vicine al conflitto,  tra le quali la nostra, visto che siamo a soli 200 km dal capoluogo della provincia, Pemba – dice don Castagna – Nella nostra parrocchia di Namahaca a Pasqua gli sfollati erano 1200 e per fortuna queste persone sono state assorbite nelle famiglie di origine dalle quali erano partite per cercare lavoro al nord, la provincia di Cabo Delgado appunto.

Però in famiglia passare da 7-8 persone a 14-15 non è semplice, soprattutto in questo periodo già compromesso dalla pandemia e dalla perdita dei raccolti».

Continua don Modena: «Fame, mangiare… sono le due parole che più insistentemente abbiamo sentito in questi primi mesi dell’anno. Le piogge quest’anno sono arrivate molto più tardi e anche più scarse. Questo ha fatto si che i prodotti seminati nel tempo consueto di novembre e dicembre sono seccati e le prime erbe di campo commestibili sono apparse più tardi. E quando, successivamente, a febbraio, ha cominciato a piovere non c’erano più sementi o non c’era denaro per ricomprarle.

Ascoltando i racconti degli animatori parrocchiali durante l’ultimo Consiglio Pastorale, che descrivevano una situazione drammatica a causa della fame (anche morti), la parrocchia ha deciso di di intervenire donando ad ognuna delle 74 comunità della nostra parrocchia due sacchi da 50 chili di farina di mais (l’alimento più comune) e 10 chili di fagioli.

«Abbiamo voluto consegnare personalmente questi prodotti durante la settimana santa, per poter incontrare le persone e dire loro la vicinanza della parrocchia in un momento così drammatico».

A coordinare l’attività di distribuzione degli aiuti per la Caritas di Nacala è Elena Gaboardi, fidei donum di Lodi. Con Don Silvano Daldosso fidei donum veronese e parroco della parrocchia di  Cavà Memba, organizza aiuti anche via mare per le comunità litoranee che accolgono i profughi che spesso arrivano disperati su semplici barche.

Gaboardi racconta a Popoli e Missione: «l’arrivo degli sfollati è iniziato nel maggio dell’anno scorso in due parrocchie ma con il passare dei mesi gli sfollati hanno raggiunto tutte le 23 parrocchie della diocesi. Oggi si stima che la diocesi di Nacala accolga 26 mila sfollati». 

«Diamo aiuti di primo soccorso rivolti a persone che arrivano senza portare nulla, e quindi hanno bisogno di tutto. Forniamo aiuti alimentari, mascherine, materiali per l’igiene, kit per la cucina, ovvero piatti e pentole, e poi curiamo  degli “spazi di amicizia per bambini”, momenti di gioco e di ricreazione per i piccoli, che sono tra i più colpiti di questa tragedia. Nel solo mese di marzo abbiamo distribuito 26 tonnellate di aiuti».

A Chipene, avamposto a nord della diocesi di Nacala, lavorano i fidei donum di Pordenone don Lorenzo Barro e don Loris Vignandel.

Don Lorenzo ci racconta: «Anche nella nostra parrocchia abbiamo circa 1000 sfollati che sono arrivati via mare visto che la parte orientale della parrocchia costeggia il litorale. La situazione che dobbiamo gestire è veramente difficile, anche perché  la parrocchia è sterminata (3000 kmq, più di 100  km di estensione), le strade sono impraticabili per la pioggia e per il ciclone Kenneth che nell’aprile del 2019 ha divelto tutto.  E’ anche per questo che l’unico modo per far arrivare gli aiuti, come fa Caritas, è via mare arrivando alla foce del fiume Lurio».

Gli sfollati vanno ad aggiungersi a nuclei famigliari già provati dalla fame per la scarsità dei raccolti, e per la virulenza delle malattie. Il coronavirus è l’ultima e non certo la peggiore delle emergenze sanitarie: malaria e morbillo stanno mietendo molte più vittime.

A questo si aggiunge l’abbandono del governo per queste regioni del nord del paese, e la corruzione che è la vera disgrazia.

Anche nella distribuzione degli aiuti umanitari c’è sempre chi tenta di volere la sua parte. Non è solo un fattore cultuale, è un paese lasciato per troppo tempo andare alla deriva.  E i fatti di  Cabo Delgado ne sono solo la conseguenza».