Marta Cartabia: Missione carcere. Giustizia ripartiva per rimettere al centro la persona

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Il carcere come frontiera di missione: ce lo insegna l’esperienza dei cappellani delle carceri che svolgono il loro servizio di accompagnamento a chi sconta una pena.

«La giustizia ripartiva pone sempre al centro la persona, la vittima come l’autore del reato e guarda a questi due soggetti coinvolti da un reato che provoca ferite, dolore, lacerazioni profonde per aprire uno spazio d’incontro». Così Marta Cartabia giurista e ministro della Giustizia, nell’incontro del Festival della Missione, spiega che la «giustizia ripartiva è giustizia mite ma non debole. Pur nella salvaguardia della legalità, esprime il grado di civiltà di un Paese».

A ridosso dell’approvazione delle riforme portate avanti dal governo Draghi, la ministra Cartabia ha sottolineato l’importanza del lavoro dei «cappellani nelle carceri, così come il personale preposto a questo servizio così delicato e cruciale per la società, seguendo ad una ad una le persone e facendo in modo che abbia sempre la prospettiva di una luce di speranza in prospettiva». Quindi ci sono nuove prospettive di resurrezione? «Ci sono, si tratta di un lavoro non semplice, tutt’altro che scontato, ma gli esempi ci sono e dovrebbero emergere alla luce, vanno raccontati perché sono storie bellissime». Nell’incontro, la ministra ha spiegato che la giustizia ripartiva fa parte di una nuova cultura della giustizia perché la riforma non riguarda solo le carceri, poiché «grazie alla pluralità di risposte,. la giustizia riparativa si sviluppa parallelamente alla tradizionale giustizia penale. Il nuovo processo penale mette al centro la vittima, all’autore del reato è chiesto di incontrare la sua vittima. La riforma cerca di andare oltre il conflitto attraverso centri e persone che operino una vera mediazione. Un lavoro collettivo che vuole mettere la persona al centro: l’autore del reato e la vittima, entrambi persone»