“Libertà è la chiave per capire chi emigra”, mons. Stefano Russo

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La parola chiave per comprendere le ragioni di ciascuna scelta migratoria è “libertà”. Quella di partire, così come quella di rimanere nella propria terra. Ad entrambe le opzioni deve esser riservato  «un rispetto profondissimo».

Lo ha spiegato monsignor Stefano Russo in apertura dei lavori degli ‘Operatori di Accoglienza’, nell’ambito della Campagna Cei ‘Liberi di partire, Liberi di restare’.

«La libertà non è arbitrio – ha precisato il segretario generale della Cei – ma semmai disponibilità a seguire un disegno attraverso il quale realizzare la propria vocazione».

La natura «provvidenziale» di ciascun disegno legato all’emigrazione dovrebbe metterci nella condizione di «accettare, ascoltare  e accompagnare» tutti, suggerisce monsignor Russo.

«Sappiamo che il progetto di chi sceglie di migrare o di radicarsi – ha detto  – è spesso il frutto di una scelta complessa che non trova esclusivamente nella singola persona la propria radice ultima».

A monte della decisione di prendere il largo, c’è un «intero contesto» che investe «nelle persone più capaci e intraprendenti, quando non semplicemente in quelle che hanno più possibilità di sopravvivere a una traversata» in mare.

Tra i relatori a questo secondo incontro di verifica, organizzato da Missio, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, anche la biblista Rosalba Manes e padre Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista.

«Chi fugge da un pericolo incombente, da una situazione che percepisce priva di speranza – ha puntualizzato ancora monsignor Russo – o spera in tal modo di poter garantire ai propri cari un futuro migliore, merita davvero la nostra considerazione».  

Partendo dalla esegesi di alcuni passi del vangelo di Luca, Rosalba Manes, ha spiegato che si può andare oltre i particolarismi e decisamente al di là del «prima noi, poi gli altri».

«Gesù mette in crisi – spiega la biblista – la debolezza del pensiero particolarista».

Il messia «insegna un altro stile che è quello di Dio e di tutti i battezzati, ossia lo stile dell’accoglienza, affinchè la storia di tutti i popoli della terra – e non solo di quelli vicini – sia una cesellatura d’amore». La tensione biblica tra universalismo e particolarismo è sciolta  quando Gesù svela «il dinamismo divino».

Padre Giulio Albanese ha calato il discorso evangelico nella realtà concreta di una cronaca migratoria fraintesa. Il primo dei fraintendimenti è quello sui numeri: «il 75% di chi emigra dall’Africa Subshariana – ha spiegato citando i dati delle Nazioni Unite – rimane all’interno del continente africano». E dunque, va da sé che «non siamo di fronte ad una invasione», ma semmai al cospetto di un «oscurantismo dell’anima» che asseconda «i respingimenti».

Per attenerci ai fatti, ha detto il missionario, basti pensare che il Sudafrica ospita oltre tre milioni di migranti, ossia il 6,6% del totale e nel West Nile, in Uganda vive oltre un milione di rifugiati dal Sud Sudan.

L’incontro prosegue nei lavori di gruppo, suddivisi in 9 tavoli di lavoro, tre per ogni destinatario: minori e fasce deboli, comunità e operatori dell’accoglienza. Al termine dei laboratori ci sarà la restituzione di quanto emerso in forma sintetica, e la traccia di una linea guida per il proseguimento della Campagna a livello locale e diocesano.