Burundi ferito, nuove sfide per la ‘pace etnica’

Un report di Peace Insight traccia il quadro degli impegni per il 2021

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Il Burundi affronta una sfida grande, adesso più che mai: quella del ritorno dei profughi fuggiti dalla guerra civile che devastò il Paese negli anni Novanta.

Al centro delle cronache sul conflitto etnico tra Hutu e Tutsi (che fece 300mila morti a partire dal 1993, anno del colpo di Stato contro il neo-eletto presidente hutu Ndadaye), il Burundi rimane ancora oggi un Paese profondamente dilaniato, che cerca di ricomporre il proprio tessuto sociale con risultati non sempre ottimali.

Soprattuttoperchè le tracce della guerra civile non sono ancora estinte.

Appena un anno fa venne ritrovata dalla Burundìs Truth and Reconciliation Commission, una fossa comune con i resti di 6mila corpi.

Tuttavia, secondo un recente report di Peace Insight (piattaforma di monitoraggio su 44 zone di conflitto nel mondo), il 2021 si apre con diverse sfide per la società civile e qualche speranza (ma non troppe) riposta nel presidente Evariste Ndayishimiye, in carica dal 18 giugno 2020.

L’elemento nuovo è un maggior flusso di profughi, che erano scappati dal Paese proprio per via della guerra civile di stampo etnico.

Adesso il Burundi dovrà essere in grado di gestire la loro reintegrazione in un Paese che li ha fortemente feriti.

«Il ruolo delle organizzazioni della società civile risulta essenziale  adesso più che mai per prevenire la violenza e rafforzare la collaborazione con altri operatori sul campo. Nel momento preciso in cui il Paese registra il più alto numero di rifugiati che fanno ritorno nelle loro case».

Un report delle Nazioni Unite qualche anno fa parlava di «impunità per stupro, uccisioni, e altri abusi dovuti agli anni bui (compresi gli anni Settanta) ma anche ai successivi. 

Il mondo missionario ha sempre cercato di fungere da peacekeeper, assieme alle decine di ong, agenzie Onu e tutti gli attori che dopo il conflitto etnico hanno ricucito i legami tra hutu e tutsi, a partire proprio dai più giovani.

Il Centro Kamenge di Bujumbura, ideato dai saveriani, è diventato famoso per l’intuizione di un missionario storico: padre Claudio Marano. La sua idea era quella di mettere assieme le due etnie. Padre Caludio Marano ha vissuto per anni in Burundi e ha costruito il centro che ancora oggi ospita giovani di tutte le provenienze.

 Con il colpo di stato del 1976 era salito al potere Jean-Baptiste Bagaza di etnia tutsi, che rimase presidente fino al 1987. Il suo era un governo di clan, che perfezionò il cosiddetto “genocidio intellettuale“, a danno degli studenti hutu.

Claudio Marano qualche anno dopo verrà inviato a Bujumbura: «il vescovo mi diceva di volere un centro giovanile che non fosse un oratorio all’italiana», racconta.

«Prendemmo un’area, costruimmo un luogo per abitarci noi e le suore. Per il resto: campi sportivi, tennis, pallacanestro, calcio e pallavolo. Sale, tante sale per far incontrare i giovani»: il centro apre nel 1993.

«Avevamo adottato un metodo di vita semplicissimo: il centro offriva l’occasione per far nascere le amicizie. Facevamo una trentina di attività, tra cui yoga. Tutto quello che volevano, lì dentro era possibile farlo. Era importante riuscire a dare una motivazione di vita», ricorda.

«Tutto questo è durato fino al 2011, quando i saveriani hanno ceduto il centro alla diocesi africana. Il vescovo locale lo ha preso in mano solo nel 2015, vi ha messo dei presbiteri e mi ha chiesto di prepararli a diventare responsabili in prima persona».

Oggi il Centro di Bujumbura cammina con le sue gambe e l’auspicio è che in tutto il Burundi sorgano iniziative e progetti analoghi, in grado di  integrare, cerare ponti e riconciliare.