I missionari alla Farnesina. Tajani: la diplomazia dello spirito, eccellenza italiana all’estero

Facebooktwitterlinkedinmail

I missionari e le missionarie italiane ad gentes sono «una eccellenza che rappresenta al meglio il nostro Paese nel mondo. Lo Stato vi è grato per ciò che fate in particolare in Africa portando pace, istruzione, beni e salute. Ma anche donando la vita uccisi perché cristiani, perché portatori di un messaggio». Così Antonio Tajani, ministro degli Esteri ha aperto la conferenza del Missionari Italiani “La persona al centro” che si è svolto questa mattina, 7 dicembre, presso la Farnesina. Alla presenza di rappresentanti di Istituti religiosi, fidei donum, vescovi, volontari di Ong, laici e laiche, sono emerse voci e testimonianze vive dai continenti.

«Come sapete- ha continuato Tajani -, il governo italiano ha deciso di investire molto in Africa con il Piano Mattei, parte di una strategia più ampia, che dovrebbe essere anche strategia europea. Desideriamo che il continente possa sfruttare le immense ricchezze che ha, senza favorire la colonizzazione economica e, purtroppo, talvolta militare». Per il loro impegno in mezzo alla gente, i missionari svolgono un ruolo fondamentale, anche politico, nel dialogo tra i popoli, le culture e i Paesi, anche grazie, ha sottolineato il ministro, alla «spinta trascendente che non è solo un fatto privato, ma pubblico, che cambia la società. Per questa capacità di mettere sempre “al centro la persona” sono da considerare la “diplomazia dello spirito”».

Tra i molti interventi della mattinata, quello di monsignor Paul Gallagher segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, che si è rivolto ai governi, spiegando che la politica «deve essere luogo di promozione umana, ambito di crescita. Non basta, scriveva Paolo VI, ricordare i principi, sottolineare le stridenti ingiustizie, se queste non sono accompagnate da ciascuno da una presa di coscienza». Ha preso a modello Daniele Comboni che spiegava i tempi lunghi e la pazienza richiesta dal compito di evangelizzare «chi non ha mai avuto contatto con il Vangelo. La tensione verso la centralità della persona nasce sul campo, attraverso le scuole e l’istruzione, curando le malattie, insegnando le norme igieniche. Gli italiani studiano da missionari in Italia ma la loro università è l’Africa, l’Asia e il mondo imparando che la persona è un essere umano da rispettare, che tutto è enormemente più complesso di quanto appare negli schemi».

Esempi di attività e settori di impegno sono emersi dalle testimonianze dei rappresentanti della Comunità Giovanni XXIII, dell’Arsi, dalla Comunità di Villaregia, dalla Comunità in dialogo, da monsignor Emilio Nappa, presidente delle Pontificie Opere Missionarie internazionali e molti altri, alcuni in collegamento da remoto.

Anche monsignor Giorgio Marengo, arcivescovo di Ulan Bator, si è collegato dalla Mongolia, portando la voce di una piccola ma significativa realtà di Chiesa: «La nostra motivazione è teologica, ogni persona è oggetto costante della cura della Chiesa che si impegna a promuovere la dignità, tutelando i diritti senza perseverare altri fini perché l’attività dei missionari è disinteressata».

I primi missionari sono arrivati in Mongolia nel 1992 e da allora «quasi un terzo della popolazione ha beneficiato delle iniziative della Chiesa. Tutte le iniziative sono nate dal manifestarsi della realtà, non sono state studiate a tavolino, sono la risposta dei missionari a quello che vedono intorno a loro. Grazie alla delicatezza dei missionari di varie nazionalità, gli interventi si sono moltiplicati. Dalla fantasia del bene sono nate queste iniziative. Una nota caratteristica del nostro impegno è l’attenzione al dato culturale e religioso. In Mongolia abbiamo un progetto che ha l’obiettivo di preservare la lingua mongola. La Chiesa e il mondo missionario hanno sempre promosso il bene integrale della persona in termini di salute ma anche in termini di cultura lingua, geografia e arte».