COP28: niente accordo sul ‘phase out’, non si esce dal gas & oil

Il vertice è nella fase finale, si lavora alla bozza e sulla terminologia da usare per il phase out, l'uscita dai combustibili fossili

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Sono gli ultimi due giorni di negoziato (quelli decisivi) per la COP28 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che chiude i battenti domani.

A Dubai si cerca la quadra di un accordo sul clima che metta assieme le esigenze di tutti e che riesca ad eludere l’opposizione di quanti – soprattutto Emirati Arabi – fanno resistenza alla formula del ‘phase out‘, ossia l’uscita dai combustibili fossili.

Tra questi ci sono senza dubbio i Paesi dell’Opec, la sigla degli esportatori di petrolio, che hanno messo paletti sulla formula più stringente e sono riusciti, pare, a farla saltare.

In estrema sintesi la bozza di conclusioni si giocava sulla scelta tra diverse definizioni rispetto all’uscita (phase out) della comunità internazionale dalla produzione di energia da combustibili fossili.

Ma nell’ultima versione della bozza che circola in queste ore pare sia stata del tutto rimossa la parola: phase out.

Con Russia, Cina e Stati Uniti che hanno spinto per ammorbidire e i produttori di petrolio per cancellare.

Due di queste formule dicevano:

«Abbandonare (o uscire da ndr.) i combustibili fossili in linea con la migliore scienza disponibile», oppure «abbandonare l’uso ininterrotto dei combustibili fossili».

Le sfumature fanno la differenza, poichè la maggior parte dei Paesi produttori e di quanti commerciano in oil&gas chiedono tempi lunghi e un più esteso mantenimento dell’uso dei combustibili fossili, in concomitanza con le diverse forme di green energy.

C’è anche chi vuole potenziare l’energia nucleare (come Usa, Gran Bretagna e Francia) e chi come l’Italia mantiene una posizione soft, pur di non abbandonare la linea del gas and oil.  

Quello che è subito apparso chiaro, comunque, fin dai primi giorni di vertice, è che chi avrebbe dovuto vigilare e negoziare di più in favore del clima, ha complottato invece per il suo definitivo affossamento.

Il summit mondiale Cop28 è iniziato con uno scandalo totale ancor prima di aprire i battenti a Dubai.

Il 27 novembre scorso – tre giorni prima della data di avvio del vertice – l’emittente americana BBC aveva divulgato uno scoop mondiale.

Il presidente della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop28), Sultan al Jaber, avrebbe approfittato del suo ruolo “privilegiato” per negoziare accordi sotto banco con 15 Paesi e spingere in tal modo sull’oil & gas.

Ossia, sul potenziamento nell’uso dei combustibili fossili.

L’opposto dell’obiettivo dichiarato dai vertici Cop per tenere sotto controllo il riscaldamento globale.

D’altra parte Sultan al Jaber, ministro degli Emirati Arabi Uniti, è un magnate della finanza. Dirige tra l’altro l’Abu Dhabi national oil company (Adnoc), azienda petrolifera statale degli Emirati.

L’inchiesta della BBC è basata su documenti e fonti raccolti dai giornalisti del Centre for climate reporting che hanno lavorato a lungo sul dossier, e non si tratta evidentemente di una notizia cerata ad hoc per gettare fango sul sultano.

I titoli delle maggiori testate internazionali, dal Guardian ad Al Jazeera, sono allineati: al Jaber non è la persona giusta per dirigere un vertice sul clima. Il suo conflitto d’interessi è gigantesco.

Il magnate è tra l’altro presidente di Abu Dhabi Future Energy PJSC, presidente di Abu Dhabi Media Co. E della Emirates Development Bank, oltre che presidente del National Media Council.

Dunque ha tutti i giornali e le tv degli Emirati nelle sue mani. A scriverlo è il sito di Market Screener.

«Per noi sarà un successo solo se si verificheranno due condizioni – aveva annunciato Chiara Martinelli, direttrice di Climate Action Network Europe, rete che raccoglie 180 organizzazioni ambientaliste continentali -. Primo: un impegno concreto nella dichiarazione finale all’eliminazione di tutte le fonti fossili, il cosiddetto phase out.

Secondo, più finanziamenti veri per tutti paesi poveri: fair funded future potrebbe essere lo slogan».

Ricordiamo che a capo dei Paesi in via di sviluppo che negoziano a Dubai c’è lo Zambia. E che, a proposito di cambiamenti climatici sono anzitutto gli africani a rimetterci.

Lo scorso anno nell’Africa australe, colpita dal ciclone Freddy, le vittime hanno superato quota mille, ma ci sono ancora tanti dispersi sotto acqua e il fango delle regioni meridionali del Malawi.

Anche il Mozambico è stato colpito, sebbene in misura minore. Il punto è che non si tratta di un Paese qualsiasi: il Malawi si colloca al 172° posto su 188 Paesi per indice di Sviluppo umano e la sua sopravvivenza è appesa a un filo.

(La foto di apertura, priva di copyright è d Jan-Rune Smenes Reite: https://www.pexels.com/it-it/foto/serbatoio-di-acqua-rossa-e-bianca-sotto-il-cielo-blu-3207536/)