Don Marco Pavan, fidei donum a Cuba. Vivere la Pasqua in tempo di quarantena

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«Celebrare la Messa senza popolo è qualcosa di strano, balza subito all’occhio che manca qualcosa, trattandosi di un atto eminentemente comunitario. Se non posso celebrare con il popolo, posso celebrare per il popolo»: è don Marco Pavan a raccontare la vita della sua comunità, sull’isola di Cuba, anch’essa chiamata a fare i conti con il Covid-19. «Il pastore che ha addosso l’odore del gregge ha soprattutto nel suo cuore tutta la comunità a lui affidata, tutta la chiesa e l’intera umanità», riflette.

«Sull’altare, insieme al pane e al vino, porta tutta l’umanità ferita, piagata, sgomenta e disorientata, che necessita di una presenza reale dell’amore di Dio; offre al Signore la struggente nostalgia del suo gregge, che vive l’assenza dell’incontro in attesa di celebrarne ancora la presenza…».

La Pasqua, che don Marco ha celebrato tante volte nelle parrocchie di Vimercate e Legnano, in diocesi di Milano, torna puntuale. Il Signore risorge, vince la morte, è speranza viva. E anche a Cuba le comunità cristiane si preparano al Triduo, anche se quest’anno lo scenario è differente…

Don Pavan ha 45 anni: nato a Bollate (Milano), laurea in matematica (chi lo conosce sa che è un mago dei numeri), è un profondo conoscitore de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, dal quale non di rado trae spunto per le sue riflessioni e omelie.

Prete dal 2005, dopo 12 anni di ministero in parrocchie ambrosiane, dal novembre 2017 è a Cuba, come fidei donum nella diocesi di Santiago. Condivide il servizio missionario con altri tre preti milanesi: don Adriano Valagussa, don Ezio Borsani e don Carlo Doneda. È parroco, con don Adriano, nella parrocchia di Nuestra Señora del Rosario a Palma Soriano, città di 125mila abitanti nel sud dell’isola. La realtà urbana conta 75mila residenti, mentre il resto della popolazione è sparsa in aree rurale nei pressi della città. Qui, in tempi “normali”, la pastorale è piuttosto strutturata; invece la «pastorale del campo – spiega – è molto missionaria: si va due volte al mese in ogni campo, ne abbiamo 17, per la catechesi, la messa o la liturgia della Parola, si vanno a trovare famiglie e ammalati».

«Di recente – confida – scrivevo in una lettera agli amici italiani della necessità per il popolo di Dio di vivere questo tempo di assenza, coltivando la nostalgia dell’incontro. Forse qui è proprio quello che manca. Se è vero che in strada ci sono tantissime persone, in chiesa praticamente non passa nessuno. Mi ha colpito molto questo fatto… di solito di fronte a un tempo di crisi, ci si attacca anche alla fede e alla religione per incontrare un senso e una speranza. E invece si continua ad essere sopraffatti dall’affanno della quotidianità. Sembra che i cubani si siano dimenticati di Dio. Mi verrebbe da domandarmi: ma come possono pensare che anche Dio non si dimentichi di loro? Poi mi sovviene un passo del profeta Isaia: ‘Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri’ ».

«Per fortuna Dio non si dimentica di noi – dice – , perché ci ama e il suo amore è per sempre. E allora mi vengono in mente le parole del nostro arcivescovo Mario Delpini (nella foto accanto) che danno il titolo alla lettera pastorale, ‘ogni situazione può diventare un’occasione’. Spero che ciascuno a livello personale e insieme come chiesa sappiamo cogliere l’occasione che abbiamo di fronte».

Anche a Cuba vigono alcune misure precauzionali per evitare il diffondersi del contagio. La vita, a poco a poco, rallenta. Don Marco afferma: «Mi sono interrogato in prima persona sul senso di quanto sta accadendo. Non mi sono posto la solita domanda ‘dove sta Dio di fronte a tutto ciò che sta accadendo?’; mi sono piuttosto chiesto ‘dove sono io? Dove voglio essere io?’ – e non tanto nel senso del luogo, ma della situazione esistenziale. Che occasione vi leggo per me?».

Il sacerdote prosegue: «innanzitutto, vivo con maggior distensione e intensità il tempo per la preghiera e la coscienza di pregare non solo per me ma per la mia gente. È poi una grazia poter dedicare tempo abbondante e senza continue interruzioni a qualche lettura impegnativa e allo studio, senza dover sempre recuperare il filo del discorso. Ne sto approfittando per leggere molto e per approfondire alcuni temi. In particolare, nell’ambito della cosmologia, mi affascina la questione del tempo. Per la teoria della relatività ristretta», e qui emerge la formazione scientifica, «non esiste un tempo oggettivo, uguale per tutti, ma ogni osservatore ha il suo orologio personale e questo orologio varia in funzione di quanto l’osservatore vive (basti pensare al paradosso dei gemelli di Einstein). Si potrebbe dire che nel cuore della scienza il kronos si trasforma in kairos, occasione esistenziale. Anche in questo tempo di infermità globale vale la pena chiederci che occasione sta nascondendo. Vedo le famiglie obbligate a stare in casa, a condividere spazi ristretti e tempi lunghi. Un peso? O piuttosto una occasione per parlare, per condividere, per fare qualcosa insieme, per dirsi quelle cose per cui non c’era mai tempo, per condividere la quotidianità nelle sue fatiche».

«Stare in casa senza ‘niente’ da fare, dover rinunciare alle tante attività, mi sta facendo sentire impotente. Non posso annunciare il Vangelo come ho sempre fatto e quindi penso che non posso annunciare il Vangelo rinchiuso in queste quattro mura. Forse il Vangelo ha bisogno di testimoni impotenti, che nella loro fragilità e inutilità dicano che ciò che davvero conta è l’amore del Signore e la salvezza che ci è stata donata, al di là delle nostre iniziative e proposte. In una situazione in cui esiste un solo numero, lo zero, finalmente smettiamo di parlare di numeri, di valutare tutto in termini quantitativi, di esito e di convenienza, per imparare a valutare nell’unico modo sensato, nella logica del seminatore, che dà tutto e non riceve nulla».

Ancora una annotazione profonda: «Non è facile smontare il ruolo di protagonisti della nostra vita, saltar giù dal treno in corsa a velocità folle che sono le nostre giornate», dice don Marco.

«Mi colpiscono le molte foto postate su facebook di gente che fa il pane: è un’arte che richiede calma, passione, tempo. Normalmente sarebbe stato impossibile, ma ora il pane fatto in casa dice un tempo che è tornato nostro. Quando questo isolamento finirà, i nostri ritmi torneranno vorticosi, però avremo un poco di consapevolezza in più che in fondo dedichiamo tempo a ciò che per noi è davvero importante e quindi sapremo trovare tempo per ciò che davvero conta. Il treno è in corsa, ma come ogni treno, fa delle fermate! A noi, saperne approfittare per vivere e non lasciarci vivere».