Burkina Faso: “Il golpe visto come liberazione e garanzia, ma attenzione al futuro”

Facebooktwitterlinkedinmail

«Nel Sahel (e in generale in tutta l’Africa) non si può andare avanti a forza di Colpi di Stato, ma in Burkina Faso è anche vero che la percezione popolare è che i militari siano intervenuti a sostenere e liberare il Paese».

La pensa così padre Mauro Armanino, missionario SMA  in Niger, che ci ha spiegato come questo ennesimo golpe africano, dopo quello in Mali e in Guinea Conakri, nonchè il più recente in Sudan, sia stato percepito dalla gente come «un aiuto  per estromettere un presidente incapace di difendere il Paese».

Il Burkina è infatti nella morsa degli attentati e dell’insicurezza del terrorismo.

E perciò il popolo è sceso in strada a fianco dei militari golpisti che lo scorso 24 gennaio hanno deposto il presidente Roch Marc Christian Kaboré, già molto contestato nel Paese.

Naturalmente ogni Paese è un caso a sè: il Burkina Faso non è il Sudan dove la gente non accetta affatto la presa di potere da parte dell’esercito.

«Nel Burkina Faso c’è una forte componente di idealizzazione dei militari e anche il ricordo di un certo passato, di uomini come Thomas Sankara, eroe nazionale, militare panafricanista, oltre che presidente del Paese ucciso dai soldati con un colpo di Stato del 1987», ricorda Armanino.

Ad ogni modo, dice il missionario,  «io trovo molto preoccupante la frattura tra la politica e il popolo, il rischio di affidarsi ai militari è che le transazioni militari durino troppo e non si torni più ad un processo democratico. Il rischio è quello di instaurare dittature militari, come in Mali».

L’insoddisfazione della gente nei confronti della incapacità di Kaboré di rendere sicuro il Paese e preservarlo dagli attacchi jihadisti ha esasperato gli animi.

«Qui c’è l’idea che i soldati possano salvare, c’è il mito dell’eroe. Il malessere della gente per Kaboré si è aggiunto al malessere che serpeggiava nelle file dell’esercito male equipaggiato e con poche risorse», dice.

Il Burkina è uno dei Paesi del Shael che oramai da anni vivono nell’incertezza, minacciati di continuo dalle milizie armate di derivazione jihadista.

Il popolo burkinabè è in grande difficoltà, come sa bene l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati che oltre agli sfollati interni gestisce la presenza di 20mila rifugiati maliani in Burkina, 3mila dei quali nel solo campo profughi di Goudoubo.

«In Burkina gli sfollati sono più di un milione. È il secondo o terzo Paese con più sfollati interni dopo la Siria», ricordava tempo fa un altro missionario storico, Paolo Manna della Comunità di Villaregia.