Bene Sea Watch, ora serve una nuova Dublino…

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Com’è noto, ieri, il gip di Agrigento non ha convalidato l’arresto della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete e non ha disposto nei suoi confronti nessuna misura cautelare.

Carola dunque torna libera. Il rigetto della convalida di arresto è stata ampiamente motivata nell’ordinanza in riferimento al soccorso in mare e agli obblighi che ne scaturiscono.

«In particolare, la Carta Costituzionale, le convenzioni internazionali, il diritto consuetudinario ed i Principi generali del Diritto riconosciuti dalle Nazioni Unite, pongono obblighi specifici sia in capo ai comandanti delle navi che in capo agli stati contraenti, in ordine alle operazioni di soccorso in mare».

Dunque è avvenuto quanto auspicato dal mondo missionario, in riferimento a questa triste vicenda, e come redazione di Popoli e Missione non possiamo che esprimere il nostro plauso. Ma la riflessione deve evidentemente, andare al di là della cronaca.

La risposta europea al fenomeno migratorio – come peraltro hanno dimostrato i frequenti vertici di questi ultimi anni dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea (Ue) – è sempre stata inadeguata. Questo fondamentalmente per due ragioni.

La prima è che l’Europa intende rispondere all’immigrazione di massa come se si trattasse di un’emergenza umanitaria, affrontando così – e solo parzialmente – le istanze che generano il flusso migratorio prodotto dal collasso di Stati e dalle guerre, ma trascurando del tutto quello generato dalla “questione sociale” delle migrazioni come inevitabile corollario della globalizzazione, in riferimento soprattutto a quei Paesi che non attraversano nessuna crisi particolare, ma che godono di un minore grado di prosperità e democrazia.

La seconda è che l’Europa non si sofferma a sufficienza sul sacrosanto diritto, da parte dei migranti, di uscire dal proprio Paese e conseguentemente sul diritto di avere un rifugio o semplicemente di cercarsi una collocazione (un lavoro, una nuova vita) in un Paese diverso. Dietro questi diritti – è bene rammentarlo – vi sono motivazioni etiche che non vanno sottaciute.

Da tempo ormai nelle moderne democrazie europee il diritto di emigrare è in linea di principio riconosciuto.

E di questo diritto gli europei si fanno anche paladini, denunciandone la mancanza nei regimi autoritari e totalitari. Ma i governi europei sono ben lungi dal riconoscere effettive possibilità di ingresso nel loro territorio per chi proviene invece dai Paesi poveri, da quelli a elevata pressione migratoria.

È pertanto evidente che il trattato di Dublino deve essere riscritto, nella consapevolezza che i popoli, nel cornice della globalizzazione, hanno un destino comune.

L’Europa – duole doverlo scrivere – ha scelto deliberatamente di ignorare il fatto che molti migranti ritengano di avere il diritto di migrare nel nostro Vecchio Continente, sebbene tale convinzione non si radichi affatto in un diritto costituito e legalmente ancorato ad un articolo o principio di diritto internazionale.

Unione Europea che è percepita da molti migranti (chiedetelo ai nostri missionari) come il governo di un continente che ha ancora un debito aperto con i loro Paesi, un tempo colonizzati dalle potenze europee.

Come ha detto papa Francesco a squarciagola: «Il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento» (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia –  9 luglio 2015).