Storie di missione/ comboniani counsellor a Korogocho

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«Ho vissuto e lavorato come sacerdote nelle baraccopoli di Korogocho, una delle tante di Nairobi, per otto anni e mezzo.

Abitazioni, negozi ed edifici sono ammassati, divisi da fognature e canali di scolo. Quando piove le strade diventano impraticabili e quando non piove sono piene di polvere e terra rossa che ti entra negli occhi. Rifiuti di tutti i tipi intasano gli scarichi».

E’ il racconto di padre John Webootsa, missionario comboniano nella baraccopoli di Nairobi.

I ragazzi crescono dentro case superaffollate, di tre metri per tre. «Molti vanno a dormire sentendo i morsi della fame perché i loro genitori hanno guadagnato poco o niente», racconta.

Ma l’umanità di Korogocho fa sì che persino in quest’inferno ci sia una speranza grande: «Ciò che per me è consolante – dice padre John – è che a Korogocho, nonostante i problemi, un buon numero di ragazzi ha grandi aspirazioni».

In questa vita simile all’inferno in molti sognano ancora di possedere una casa, prendersi cura dei loro genitori e avere un buon lavoro.

«Aspirano a essere finanziariamente stabili- racconta – in grado di sostenere i loro parenti, di fare carriera, godere di buona salute, essere indipendenti».

Come Kenny, che aveva 17 anni quando è arrivato la prima volta al Napenda Kyuishi Rehabiltation Program, uno dei centri per giovani gestito dai comboniani.

«Subito ci siamo accorti che non era un ragazzo facile – ricorda padre Maurizio Binaghi, direttore del centro – La strada lo aveva già avvolto con i suoi tentacoli di violenza e disperazione e scolpito per sopravvivere a qualsiasi costo».

Kenny aveva un nome e una reputazione sulla strada: temuto e rispettato.

In poco tempo è diventato uno dei fedelissimi del centro di Kisumu Ndogo, a Korogocho, al punto che ormai era parte integrante del gruppo di missionari.

«Pian piano la sua scorza dura si è ammorbidita e ha condiviso con il suo counselor tutte le sue pene – spiega padre Maurizio – Piano piano ci ha parlato della sua credibiltà conquistata a suon di botte e ancora con orgoglio ci ha mostrato i suoi coltelli, strumenti anche di morte».

Grazie alle lunghe ore di counselling e ascolto, lentamente la baldanza ha lasciato il posto all’angoscia e alle paure di Kenny. In silenzio e in segreto l’arroganza ha ceduto il posto alle lacrime.

«L’apparente coraggio ha fatto spazio alla paura, all’incertezza, e la disperazione ha è preso il posto della rabbia». Poi è arrivata la sua ‘ricostruzione’: la speranza, la gioia, un coraggio di segno inverso.

Una rinascita lenta, piena di ricadute, dolorosa, di un dolore che non potevamo capire, soffocato dalla droga e dall’acool, dicono i comboniani.

Eppure la rinascita del ragazzo è arrivata troppo tardi oppure non è stata capita: Kenny è stato ucciso dalla Polizia, corrotta e collusa, che non va tanto per il sottile quando si tratta di “ripulire” le Baraccopoli.

Per Kenny, e per tutti i Kenny della baraccopoli che il nostro programma di riabilitazione per ragazzi di strada esiste e opera ormai dal 2007.