Padre Gigi Maccalli: “la preghiera mi ha liberato. Siamo tutti fratelli”

In una parrocchia di Selva Candida a Roma il missionario ha celebrato ieri due messe. Oggi è in udienza dal Papa

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«E’ stato un tempo lungo e duro, molto lungo… Mi dicevano: ‘sei vecchio andrai all’inferno’. La preghiera mi ha sostenuto: dico anzi che è la preghiera che mi ha liberato».

Sono le parole di testimonianza nell’omelia pronunciata ieri da padre Gigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, rapito nel 2018 da gruppi armati islamisti in Niger, e liberato l’8 ottobre scorso in Mali. «E’ stata lunga, ma è finita».

Padre Gigi ha celebrato ieri due messe nella parrocchia della Natività di Maria Santissima nel quartiere romano di Selva Candida, dove il parroco è don Federico Tartaglia.

Questa è una parrocchia di periferia molto cara a Gigi Maccalli, che come ha raccontato lui stesso, ci era stato in visita di passaggio a Roma (la casa madre della SMA è in via della Nocetta), poco prima di essere sequestrato in Africa.

In queste ore padre Gigi è in udienza dal Papa in Vaticano.

«Mi dicevo ad ogni tramonto: “speriamo domani! Credevo di essere abbandonato. Mi sono fatto un rosario, ho pregato con le lacrime e ricevevo solo silenzio. La preghiera corale mi ha aperto la porta della libertà – ha detto – Nella vita ci sono momenti di tempesta ma poi dopo arriva la festa. Dio ci conduce alla festa. La festa che sarà con Gesù, ma quella che vivo anche oggi. Grazie per avermi sostenuto».

Questa esperienza terribile di prigionia, che gli ha fatto toccare «gli abissi dell’umanità», come ha detto don Tartaglia, è stata però anche un varco per gettare semi di fraternità. Ed è proprio sull’importanza della fratellanza universale che si concentra il messaggio conclusivo donato da padre Gigi.

«La fratellanza è un valore teologico e poi diventa anche un valore sociale: siamo tutti fratelli. Per unire i credenti di ogni religione. Oggi ne abbiamo capito il senso», ha detto don Federico.

E così questo sacrificio del missionario acquisisce una dimensione nuova: andare all’essenza e scendere nella parte più misera dell’essere umano per lanciare agli stessi carcerieri un messaggio di fratellanza.

Il missionario ha raccontato che nel giorno della liberazione (sua e di Nicola Chiacchio) si è rivolto al capo tuareg che «ci accompagnava per la liberazione e gli ho detto: ‘che Dio ci dia un giorno la possibilità di capire che siamo tutti fratelli. Io ho buttato dei semi, Dio voglia che crescano».

Adesso che padre Maccalli è libero resta lo sgomento per tutti coloro che ancora non lo sono: il Sahel è una terra impoverita e ostaggio di gruppi armati dove quotidianamente chi vi abita rischia la vita e gli ostaggi sono ancora tanti.

Per dirla con le parole di padre Mauro Armanino, confratello di Gigi Maccalli: «la storia vera siamo noi, che andiamo, torniamo, rischiamo, vibriamo con la vita e giochiamo col destino. La storia siamo noi, perduti e ritrovati ogni giorno anche quando la sorella morte si avvicina».