Nella “Giornata dell’Africa” Unione Africana riunita a Malabo

Situazione umanitaria, terrorismo e Colpi di Stato in tutto il continente al centro del vertice in Guinea Equatoriale.

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In occasione della Giornata dell’Africa (ogni 25 maggio per ricordare la fondazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1963) è in corso a Malabo un vertice straordinario sulle crisi del continente.

Al centro dell’agenda dell‘Unione Africana in Guinea Equatoriale (da oggi al 28 maggio), la situazione umanitaria del continente, la lotta al terrorismo e i “cambiamenti incostituzionali”.

Compresi i numerosi Colpi di Stato che hanno rivoluzionato quest’anno gli assetti interni africani, destabilizzando diversi Paesi.

Non ultimo il golpe militare in Sudan, contro il quale la società civile ancora protesta.

Sono cinque i colpi di Stato e diverse le insurrezioni islamiste verificatisi in Africa dal 2021 ad oggi: in Camerun, Repubblica Centrafricana, Mozambico e Somalia, nonchè in tutto il Sahel, sono in corso violente violazioni dei diritti umani, sia da parte di gruppi armati che delle forze di sicurezza governative.

La repressione del terrorismo avviene spesso in modo indiscriminato e a detrimento dei diritti dei civili.

Questo summit, scrive ReliefWeb, organo si stampa delle Nazioni Unite, «è un’opportunità per i leader del continente di affrontare temi legati alla repressione politica, all’impunità e alla violazione delle leggi costituzionali».

«Il vertice – aggiunge Carine Kaneza Nantulya, direttrice di Human Rights Watch – dovrebbe far seguito agli impegni assunti dall‘Unione Africana a febbraio scorso per individuare i collegamenti esistenti tra abusi dei diritti umani e insorgenza dei colpi di Stato in tutta l’Africa».

La regione sud-occidentale del Camerun, ad esempio, è continuamente colpita da violenze tra gruppi armati separatisti e forze armate governative, iniziate quasi cinque anni fa.

Il nord del Mozambico, invece, è ancora nella morsa del terrorismo e il Parlamento ha emanato pochi giorni fa una legge anti-terrorismo molto dura.

Prevede fino a 24 anni di carcere per gli aderenti a gruppi armati jihadisti, ma anche pene severe per chi fornisce informazioni false o deviate circa i movimenti di ribellione.

Anche l’intera regione del Sahel è da tempo nella morsa di gruppi armati di matrice jihadista, favoriti da una totale assenza di strutture democratiche e good governance nei Paesi dell’area, compresi Mali, Burkina Faso e Niger. 

La facilità con cui i gruppi armati si spostano nel deserto, reperendo armi a basso prezzo,  contribuisce a rendere le zone di confine e quelle desertiche un Far West africano dove può succedere di tutto.

Mauro Armanino, missionario della Società Missioni Africane a Niamey in Niger, racconta:

«sono ormai centinaia le famiglie che, minacciate di morte nei rispettivi villaggi, sono confluite a Makalondi e a Torodi che si trova a metà strada da Niamey.

Decine di persone si sono accampate sotto gli alberi della cittadina di Makalondi in attesa di soluzioni più idonee.

Case, campi, scuole, dispensari, luoghi di culto: tutto è stato abbandonato per salvare ciò che si possiede di più prezioso: la vita».

Human Rights Watch invita ad individuare anche la corresponsabilità dei partner occidentali nella crisi del Shael, guardando «oltre la dimensione della sicurezza e prendendo in esame le radici profonde sociali e politiche» che alimentano disordini e guerriglia.

HRW e altre Ong chiedono dunque ai leader di Malabo di rafforzare una Cooperazione tra di loro, basata più sul monitoraggio delle violazioni dei diritti delle persone, che non sulla semplice repressione armata del terrorismo.