Nel campo profughi di Kalambari in Ciad, dove la vita era drammatica già prima della guerra

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Il Ciad ospitava già prima di questo ennesimo conflitto del Sudan, oltre 400mila rifugiati da Sudan, Camerun e regioni interne, suddivisi in 14 campi profughi. La situazione adesso è diventata esplosiva perchè migliaia di persone scappano dalla guerra. Un fidei donum dal Ciad ci racconta la vita già drammatica nel campo di Kalambari. Riportiamo qui parte della sua lettera.

«Sono talmente triste e amareggiato che non trovo le parole adatte per descrivermi.

Tutto questo enorme magone è cominciato quando mi ha chiamato al telefono Thomas, uno dei miei più stretti collaboratori della Caritas di Koundoul, per dirmi che Sassou era morto.

Tutta l’intraprendenza della nuova giornata e i piani che avevo cominciato a fare per lui, sono crollati, si sono sbriciolati e ridotti in polvere inutile.

Volevamo entrare in gioco per aiutarlo, ma siamo arrivati troppo tardi.

Sassou era un adolescente di 13 anni, del nostro villaggio di Oundouma, all’estremo Sud-Ovest del vicariato di Koundoul.

Con la sua famiglia “abitava” da tempo nel campo rifugiati di Kalambari, un enorme campo profughi gestito dagli organismi dell’Onu, dove sono ammassati in numero variabile una media di 10mila persone provenienti da tanti dintorni ciadiani e camerunesi.

Sono sfuggiti a calamità naturali, lotte intestine tra etnie, guerre locali mortifere anche se dimenticate, carestie e miserie che tolgono la volontà di continuare a lottare.

 

Là dentro fanno sempre una vita miserabile, messi a dura prova tra tante carenze di tutti i tipi. Però ricevono dagli organismi internazionali qualche assistenza e del cibo, che non avrebbero a casa loro a causa delle vicissitudini sopra accennate.

Circa tre mesi fa, Sassou giocava una partita a calcio per divertirsi: immaginatevi uno squadrone di adolescenti e giovani, ben più numerosi degli 11 per squadra, che come una mandria selvaggia e senza diplomazia calcistica rincorrono in folla il pallone, tra una bufera di polvere su un terreno pieno di buche, sassi, radici d’alberi sporgenti dal suolo.

Durante l’infaticabile corsa dietro al pallone, è caduto e rotolando ha preso un forte colpo su un fianco, contro un masso.

In famiglia non ha detto niente per non prendersi ramanzine. Dopo qualche settimana, non ha più potuto tenere nascosto l’accaduto perché il dolore aumentava.

Non so cosa abbiano detto o fatto nell’immediato i genitori, ma sostanzialmente niente di utile, fino a quando un mese fa l’hanno fatto visitare dal personale dell’ambulatorio nel campo profughi.

 

Lì non ci sono macchinari per fare esami clinici. Così i genitori sono stati consigliati di portare Sassou in città, a 40 chilometri di distanza, in un ospedale attrezzato per fare accertamenti specifici.

Ma in Ciad nei nosocomi bisogna pagarsi tutto, dunque i genitori non l’hanno fatto visitare perché non avevano soldi.

Intanto il dolore aumentava e si diffondeva: evidentemente, sin dall’inizio, c’era qualche ematoma o versamento interno che si è fatto strada tra gli organi, finché gli è diventato impossibile respirare bene e ha perso l’uso delle gambe.

In quei giorni Thomas, nei suoi giri di volontariato in quel campo di rifugiati, è venuto a conoscenza della situazione, me ne ha parlato e subito abbiamo deciso di prenderlo in carico per tutte le ricerche diagnostiche da fare e le cure successive, adoperando il fondo in denaro costituito dalle offerte di tanti amici di Lazise (e non solo) per assistere i bambini/ragazzi ammalati gravi.

Domenica 5 febbraio Thomas, che era andato dai genitori di Sassou per dire loro di portarlo immediatamente in ospedale a nostre spese, ha saputo che lo avevano appena fatto perché si era aggravato e dunque avevano rotto tutti i precedenti indugi.

 

Io ho mandato il giorno stesso un messaggio dettagliato al direttore amministrativo dell’ospedale per informarlo delle nostre intenzioni e allertare i medici di fare il meglio e in fretta.

La mattina del 7 febbraio mi stavo organizzando per andare all’ospedale, quando Thomas mi ha detto al telefono che Sassou era morto qualche ora prima.

Sono entrato in crisi: non devono succedere queste tragedie!

Un adolescente gagliardo e pieno di futuro stroncato per il groviglio della vita di miseria in cui dei disonesti governanti tengono questo povero Paese, che è ricco di per sé ma confiscato e dissanguato completamente da chi lo depreda da decenni.

Con la complicità di molti Paesi del mondo ricco.

Noi stiamo piangendo un’altra vita giovane stroncata, una della lista infinita di tragedie che si consumano ogni giorno nel mondo crocifisso dei poveri.

Nel nostro piccolo impegno, qui stiamo aiutando a guarire la piccola Majoie Milamem, 11 anni, malata di una grave artrite reumatoide, e la bellissima Bonté Deneranoji, 12 anni, con una forma di epilessia.

Seguiamo anche la crescita di una piccola neonata rimasta orfana per la morte della mamma, al suo primo parto, perché all’ospedale i chirurghi hanno sbagliato tutto nel parto cesareo.

Ma con Sassou siamo arrivati troppo tardi. L’unica cosa fuori discussione è che faremo di tutto per togliere altre giovani vite da quella lista tragica di esistenze negate, che le decisioni criminali di tanti potenti del mondo non fanno che allungare.