Mediterraneo frontiera di pace: i doveri della fraternità e del “non tacere” di fronte alla guerra

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Anche la giornata fiorentina di oggi, al convegno “Mediterraneo frontiera di pace” promosso dalla Cei, a cui partecipano 60 vescovi provenienti da 20 Paesi affacciati sul Mare Nostrum, non dimentica ciò che sta accadendo a poco più di un migliaio di chilometri da qui: la guerra in Ucraina.

E il tema della sessione odierna su “Quali doveri per le comunità religiose nella città?”, illustrato dal professor Giuseppe Argiolas, rettore dell’Istituto Universitario Sophia, stimola proprio all’impegno irrinunciabile della fraternità, antitesi della contrapposizione e della violenza che stanno tenendo in scacco il cuore dell’Europa.

Sin da ieri i vescovi del Mediterraneo hanno chiesto ad una sola voce di far tacere le armi, ricordando le parole del “sindaco santo” Giorgio La Pira che spronava a «usare il metodo d’Isaia: convertire, cioè, in investimenti di pace gli investimenti di guerra: trasformare in aratri le bombe, in astronavi di pace i missili di guerra». Parole che dopo decenni sono ancora di indiscussa attualità.

I doveri della fraternità

Ma quali sono i doveri che le comunità religiose sentono proprie, oggi più che mai di fronte a questa situazione? Il professor Argiolas ne identifica quattro.

Per usare un’espressione cara a papa Francesco, c’è il dovere di “toccare” con urgenza le ferite sociali, economiche, politiche, ambientali che due anni di pandemia hanno aggravato e che adesso, con la guerra, sembrano ancora più inasprirsi.

Il secondo dovere è quello di “camminare insieme” (con un esplicito riferimento al cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa italiana), dimensione comune che può essere resa possibile solo dal “patto di fraternità”, indicato come terzo dovere.

Per poi approdare, in conclusione, al patto educativo globale. Con esso, è l’auspicio del professor Argiolas, la «povertà relazionale possa trovare conforto nell’incontro con i fratelli; quella povertà esistenziale, che troppo spesso oggi ci abita, possa essere riempita di senso nell’ineffabile incontro dell’anima con Dio; ed infine quella povertà culturale, che c’impedisce di “camminare insieme”, possa essere placata da una formazione culturale ed un’educazione integrale e permanente».

Con gli stimoli ricevuti, i vescovi del Mediterraneo hanno approfondito nei tavoli di confronto le sfide che il Mediterraneo, in questo tempo, lancia alle comunità cristiane, ai migranti, alle città nella sua interezza.

Di questo hanno relazionato, nel briefing con la stampa, alcuni vescovi protagonisti del convegno, dopo che il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha comunicato la notizia che papa Francesco non potrà essere presente a Firenze domenica prossima a causa di un problema di salute che lo obbliga al riposo.

Il cardinale Bassetti ha condiviso con i giornalisti la sofferenza del Santo Padre per aver dovuto rinunciare all’incontro con i vescovi e i sindaci del Mediterraneo a cui tanto teneva. Ma la sua voce sarà sicuramente presente con un messaggio che invierà (al momento in cui scriviamo non sono ancora definite le modalità).

Per un patto di fraternità

E’ auspicabile un «possibile patto di fraternità all’interno delle città», ha detto monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, vicepresidente della Cei, in apertura della conferenza stampa con i giornalisti.

Nei tavoli di confronto della mattinata, dai vescovi è scaturita la volontà di «proporre ai sindaci e alle altre componenti religiose e culturali delle città di lavorare per stendere un patto di fraternità» e proporre esperienze concrete di scambio, tra un angolo e l’altro del Mediterraneo, di giovani, sacerdoti, famiglie, seminaristi, che possano confrontarsi anche solo per conoscersi e per riportare nelle Chiese locali quest’aria che si respira al convegno dei vescovi del Mare Nostrum.

Sono proposte embrionali che devono essere discusse, vagliate ed eventualmente definite, ma indicano che il desiderio di incidere sulla realtà è più che concreto.

E’ più facile parlare di diritti che di doveri

Il cardinale Cristobal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, ha sottolineato quanto sia «facile parlare dei nostri diritti e come è faticoso parlare dei nostri doveri».

Ma nel confronto con i giornalisti, il cardinale si è soffermato su cinque imperativi da lui identificati «per le nostre Chiese in questo contesto del Mediterraneo», con una particolare specificità per la sua Chiesa del Marocco «che – ha detto – è fatta di stranieri ma non vuole essere straniera».

Il primo imperativo per tutti è l’incarnazione, ovvero «toccare la realtà di ogni Paese nella globalità del Mediterraneo»: non una «Chiesa bolla», ma una «Chiesa inserita nel mondo».

Il secondo dovere per la Chiesa è quello di «insufflare la speranza» nei giovani e non solo, cristiani e non.

La terza sfida da accogliere è quella del «camminare insieme, vedere la vita come un pellegrinaggio in uscita verso gli altri».

Il quarto imperativo per tutti è «vivere la fraternità ed essere sacramento dell’incontro», cominciando tra i cattolici e spingendosi verso gli altri cristiani e i musulmani. E, infine, l’ultimo dovere che il cardinale di Rabat ha identificato è quello di «mettere l’educazione a servizio della fraternità universale».

Il dovere verso i migranti

Tra i doveri delle comunità cristiane, c’è anche quello dell’accoglienza dei migranti. A parlarne è stato monsignor Charles Jude Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente della Conferenza episcopale maltese: «Non si può eludere il dovere della vicinanza: la comunità cristiana – ha detto – deve essere veicolo della misericordia di Dio verso tutti: penso all’esperienza dell’accoglienza, che poi è stata la cifra della storia del Mediterraneo.

Certo il Mare Nostrum è stato anche teatro di sofferenza ed è tuttora teatro della tragedia dell’umana indifferenza. Ma noi, città e Paesi del Mediterraneo, siamo chiamati alla solidarietà concreta».

L’arcivescovo di Malta ha ricordato anche la necessità di un impegno maggiore da parte dell’intera Europa, chiamando in causa anche gli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per «arrivare ad una globalizzazione della carità e a vivere la cultura della fratellanza».

Una speciale attenzione è stata rivolta a chi in queste ore è costretto a fuggire dall’Ucraina in guerra: migranti che si stanno riversando anche in Lituania, di cui ha parlato monsignor Gintaras Grusas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE).

Ha espresso grande dolore per ciò che sta succedendo, ha raccontato delle manifestazioni spontanee nelle piazze delle città lituane per dire no alla guerra, ed ha aggiunto che la Chiesa lituana, insieme ai governanti del Paese, si sta organizzando per accogliere 100mila persone in fuga dall’Ucraina.

Nel pomeriggio i vescovi proseguono il lavoro nell’antico Convento domenicano di Santa Maria Novella con la discussione in assemblea, per poi spostarsi nella basilica abbaziale di San Miniato al Monte dove si terrà una preghiera sulla città nella memoria di martiri e testimoni della fede e della giustizia.

Senza dimenticare, ovviamente, le drammatiche vicende del popolo ucraino.