Il buco nero del Tibet e la “rieducazione politica” dei monaci buddisti

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La Regione Autonoma del Tibet è quasi caduta in un buco nero, ma non del tutto.

Nonostante i tentativi dei funzionari cinesi di mantenere il segreto, si è saputo che il 30 gennaio scorso è morto a 86 anni il lama Tulku Dawa.

Nel 2010 era stato arrestato e condannato ai domiciliari «per aver seguito le indicazioni del Dalai Lama – più alta carica teocratica del buddismo tibetano – nella selezione della nuova guida nel suo monastero».

A spiegarlo è Sophie Richardson, direttrice per l’area cinese di Human Rights Watch (HRW).

Tulku Dawa viveva nella comunità buddista di Shag Rongbo nel Tibet settentrionale.

Richardson riporta che subito dopo l’allontanamento del leader spirituale è stata imposta agli altri monaci di Shag Rongbo una «pesante rieducazione politica» attraverso la repressione di ogni dissenso.

Molti religiosi sono fuggiti e una cinquantina di persone sono state imprigionata.

Il presidente Xi Jinping si sta preparando all’era post-Dalai Lama, il quattordicesimo che vive in esilio in India dal 1959.

Nel novembre scorso un inviato di Pechino si è recato nella contea di Sog per assicurarsi che le rincarnazioni di nuovi lama avvengano sempre con l’approvazione dello Stato centrale.

Nel 2021 i ricercatori di HRW hanno dimostrato che nei cartelli stradali e nelle insegne il tibetano è ora utilizzato come seconda lingua, dopo il cinese.

Il Tibet Action Network ha denunciato che nelle scuole gli studenti fra i sei e i 18 anni di età non possono praticare la loro religione.

Il leader politico del governo tibetano in esilio, Sikyong Penpa Tsering, in una visita di aprile negli Stati Uniti ha detto:

«Stiamo morendo di una morte lenta» assieme alle altre minoranze – in primis i musulmani Uiguri – perché Xi Jinping vuole cancellare ogni elemento di identità nazionale che non sia quella maggioritaria.