Haiti, una luce di vita e speranza dentro un girone infernale

La missione di Maurizio Barcaro nella capitale

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«Non possiamo lavorare se le nostre attività mediche sono messe in pericolo dalla violenza. Abbiamo bisogno di un minimo di sicurezza per svolgere il nostro lavoro.

È inaccettabile che le nostre ambulanze vengano attaccate e che i nostri pazienti vengano picchiati e uccisi. Per svolgere il nostro lavoro, le strutture mediche, il personale e i pazienti devono essere rispettati».

Medici senza Frontiere a dicembre scorso ha così sospeso le sue attività di intervento ad Haiti, uno dei luoghi più pericolosi al mondo per via delle gang.

Ma nonostante l’inferno, la missione va avanti nell’isola caraibica.

All’inizio – quasi 30 anni fa – erano in 120, stretti sotto una tettoia a cielo aperto.

Oggi i bambini e i ragazzi accolti dalla Fondazione Lakay Mwen sono più di tremila, distribuiti in due scuole, una primaria e una secondaria.

Un piccolo grande miracolo in quel girone infernale che si chiama Haiti, reso possibile anche grazie alla collaborazione del Pime e dei Missionari Camilliani.

Ma in cui il protagonista, (anche se lui probabilmente non amerebbe questa definizione), è Maurizio Barcaro.

Che sulla centralità dell’istruzione e della scuola, e prima ancora sul Vangelo, ha scommesso una vita intera.

Nato a Rho (in provincia di Milano) nel 1960, a 26 anni Maurizio sceglie, da laico, la via della missione.

Dopo esperienze in vari Paesi del Sud del mondo mette le radici ad Haiti, fondando la missione Lakay Mwen, che in creolo significa “Casa mia”, in un quartiere periferico di Port-au-Prince.

Le due scuole sono il centro del progetto: all’istruzione primaria gratuita (cosa non scontata a queste latitudini), comprensiva di libri e divisa offerti dall’istituto, si affiancano corsi che preparano al mondo del lavoro: informatica, falegnameria, cucito.

Grazie anche al sostegno costante che gli arriva dall’Italia, Barcaro allarga progressivamente il perimetro dei bisogni di cui occuparsi.

Costruisce piccole strutture sportive per il tempo libero dei ragazzi, fonda quattro villaggi dove sono ospitate 90 famiglie povere, dà accoglienza a una trentina di anziani, che prima vivevano nel cortile dell’ospedale principale o per le strade della capitale, offrendo loro – dice – «un luogo per vivere in pace il tramonto della propria vita».

«Aiutare i più poveri tra i poveri è sempre stata la mia unica preoccupazione», spiega Maurizio, che lo scorso ottobre ha ricevuto il Premio Cuore amico 2023, insieme a suor Adele Brambilla, comboniana in Giordania, e padre Antonio Polo, salesiano in Ecuador.

E tutto questo in un Paese che, nel corso degli anni, è passato attraverso terremoti, uragani, epidemie e colpi di Stato, in un clima costante di violenza endemica e precarietà.

Come vedere la luce in un tunnel come questo?

La ricetta è semplice, almeno sentendola spiegare da lui: «L’unico mezzo perché Haiti possa uscire dalla povertà estrema è che i bambini abbiano un’istruzione di base per prepararsi a un futuro diverso: la speranza è sempre nella scuola».

(Foto di Kelly : https://www.pexels.com/it-it/foto/fotografia-aerea-di-edifici-a-colori-assortiti-2898214/)