Clima, a pagare il costo della transizione “saranno i più poveri”

Intervista all'economista Domenico Rossignoli

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«Una cosa è certa e su questo dobbiamo vigilare tutti il più possibile: la transizione energetica, oramai irrinunciabile, costa, e genererà vincitori e vinti».

Il divario tra ricchi e poveri si accentuerà nei prossimi anni, anche all’interno degli stessi Paesi occidentali e più industrializzati.

Sarà un divario sia orizzontale che verticale.

«Dovrà essere dunque la politica (e in parte il mercato) a compensare e a fungere da calmieratore».

Ne è certo Domenico Rossignoli, economista dello sviluppo e docente di Istituzioni di Economia Politica presso Scienze del Servizio Sociale all’Università di Brescia.

A pochi mesi dalla chiusura della Cop28 a Dubai, il docente traccia con noi un bilancio del vertice Onu sui cambiamenti climatici, al netto degli scandali e delle inevitabili polemiche.

«Stiamo finalmente dando un nome all’elefante nella stanza (fossil fuel, combustibili fossili, ndr.) – aveva fatto notare Mohamed Adow direttore di Power Shift Africa – è un segnale importante, ma da solo non basta».

La vera falla di tutti i negoziati e degli accordi multilaterali di questi ultimi anni, compreso l’ultimo negli Emirati Arabi, non sta «né nelle parole usate, né nelle formule di rito» sulla dipartita dai combustibili fossili, sostiene Rossignoli.

Introdurre nel testo phase out (uscita da) sarebbe stato più incisivo e opportuno che non phase down (diminuzione) delle emissioni nocive, come alla fine è avvenuto. Tuttavia secondo il docente quel che conta davvero «sono i finanziamenti: chi paga per la transizione energetica?».

 «Se non si fa attenzione il rischio è che i Paesi più poveri ci rimettano due volte». Anche quelli, come India e diversi africani, che vorrebbero continuare a svilupparsi col gas & oil, proprio adesso che il resto del mondo guarda alla diversificazione energetica.

«De-carbonizzare costa e se decidiamo di farlo, scelta irrimandabile, pensiamo bene a come farlo», suggerisce Rossignoli.

Affinchè non siano gli altamente indebitati a rischiare di più. La transizione deve esser rapida e «pienamente finanziata», incalza anche The Elders, la Ong sudafricana fondata da Nelson Mandela nel 2007.

«Le azioni concordate a Dubai sono troppo piccole e arrivano troppo tardi – dice la Ong – i leader mondiali necessitano di maggiore ambizione e più urgenza per affrontare l’attuale minaccia della crisi climatica».

E dunque, quello slogan che ha fatto il giro del mondo subito dopo la chiusura dei lavori della Cop28 – beginning of the end, l’inizio della fine dei combustibili fossili – ha bisogno di contenuti e garanzie per i Paesi in via di sviluppo.

«Se questo punto segnerà veramente l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili dipenderà dalle azioni che seguiranno e dalla mobilitazione dei finanziamenti necessari per realizzarle –ha osservato su Twitter Al Gore – Dobbiamo chiederci quanto tempo ancora il mondo dovrà aspettare prima che tutte le nazioni facciano appello alla volontà di superare questi meschini interessi particolari, e agire a favore del futuro dell’umanità.

Spetta a tutti noi ritenere i nostri leader responsabili delle loro promesse di abbandonare i combustibili fossili una volta per tutte».

Si torna dunque alla questione centrale: i fondi per il loss and damage, i danni e le perdite. Siamo pronti “noi ricchi” ad accollarci l’onere di una transizione che avrà ripercussioni giganti sulle nostre economie?

E poi: chi pagherà il prezzo dentro gli stessi Paesi europei dove la povertà delle fasce marginali e fragili di popolazione avanza?

A quanto ammonta l’impegno economico necessario, e cosa dicono gli africani, i più poveri tra i poveri che al gas e petrolio ancora guardano come ad una possibile fonte di reddito?