“C’è una grande attesa nelle diocesi del nord ovest del Camerun per l’arrivo di papa Leone: la gente già ieri notte a Yaoundè ha fatto la veglia per dargli oggi il benvenuto in aeroporto, e stanotte farà lo stesso a Bamenda.
Segno del grande fervore religioso di questo popolo ma anche della speranza di chi vuole sentire parole di riconciliazione e dialogo, soprattutto nell’epicentro della regione anglofona”.
A parlare è Antonietta Cipollini, missionaria laica della comunità Redemptoris Hominis di Yaounde, da 30 anni nel Paese guidato dall’ultranovantenne Paul Biya.
Quella nord-occidentale è una regione lacerata e secessionista, al centro di un conflitto mai risolto tra milizie ed esercito.
La missionaria racconta che quando si è avuta conferma del viaggio apostolico (per nulla scontato visto il livello di tensione interna) “nel giro di due mesi è stato praticamente rifatto l’aeroporto di Bamenda e anche le strade che erano state distrutte dagli ultimi attacchi”.
Domattina papa Leone dall’aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen volerà verso la città capoluogo del dipartimento di Mezam, uno dei luoghi più conflittuali del Paese.
“C’è già chi si accampa per attendere di notte il suo arrivo in vista della grande messa che celebrerà domani pomeriggio alle 15.30 a Bamenda”, conferma.
“Questo è un popolo che prega molto – dice Antonietta – c’è un senso di fede e di religiosità diffusa: siamo tutti curiosi di sapere cosa dirà il pontefice a Douala e Bamenda, perché sono proprio i vescovi di queste diocesi che lo hanno invitato per incoraggiare e appoggiare le popolazioni soggette ad un conflitto interno che dura da oltre 10 anni”.
Il Camerun ha tanto bisogno di “rilanciare un dialogo autentico e profondo – dice la missionaria – una delle aspettative più grandi è che il papa inviti tutte le parti a riprendere il dialogo interrotto e che poi a questo segua una azione, però”.
Il Camerun, a dispetto dei suoi leader e governanti, è un Paese estremamente giovane: oltre il 70% della popolazione (oltre 30 milioni di persone), ha meno di 20 anni, l’età media è di 18 anni.
Il desiderio più profondo del popolo ricco di visione, è quello di superare una stagione politica “autoritaria dove a imporre la volontà di pochi è l’entourage di un Presidente troppo anziano”, come spiega suor Loretta Beccia, e in questo la Chiesa “li accompagna sia nella formazione che nella preghiera”.
Da quando è stata ufficializzata la vittoria del presidente Paul Biya, lo scorso 26 ottobre, la delusione per l’esito del voto si è trasformata prima in protesta e poi in accettazione.
Nel corso dei mesi “c’è stato un lento ritrarsi nella rassegnazione ma nessuno accetta la violenza: la fede è un elemento che aiuta ad accogliere il presente e anche ad opporsi ai soprusi”, dice suor Loretta, per tanti anni in Camerun e adesso missionaria in Repubblica Democratica del Congo.
“Stiamo vivendo un tempo di mobilitazione spirituale, pastorale ed organizzativa di grande intensità per questa visita papale”: così racconta padre Wilfred Sindeu, missionario domenicano camerunense.
“A Yaoundé come nelle altre diocesi – dice – le parrocchie organizzano novene e adorazioni eucaristiche per affidare questa visita del papa al Signore.
I fedeli sono invitati ad accogliere il santo Padre con un cuore disposto a ricevere davvero il suo messaggio”. Un’altra testimonianza arriva da Lucia Cavallo, missionaria dell’Immacolata, ramo femminile del Pime.
“Una delle grandi sfide di noi missionarie e missionarie del PIME – dice – è quella di entrare sempre più nel mondo giovanile”.
Lucia conosce sia il nord del Paese, l’oasi di verde e savana sul fiume Benue, nella diocesi di Garoua, che, dal 2020 la grande città, la capitale Yaoundé.
“Amo fare la missionaria con i ragazzi, con i più giovani, anche se in questo momento a Yaoundé mi sto occupando della parte amministrativa.
Le condizioni di vita svantaggiate del Camerun portano i giovani a fare più fatica per ottenere quello che desiderano con intensità: ossia la stabilità lavorativa che non hanno e un tenore di vita almeno superi il livello di povertà”.
Le sfide sono ancora tante e questo viaggio apostolico in qualche modo riaccende i riflettori su un Paese travagliato, riportando l’attenzione del mondo su una realtà sociale ed ecclesiastica che avrebbe bisogno di essere sostenuta e ‘vista’ dal resto della comunità internazionale.

