Betlemme, la “tenda delle nazioni” dei Nassar e i ponti di pace

Storia di una famiglia palestinese che dal 2000 ospita giovani volontari internazionali e apre le porte a tutti

Facebooktwitterlinkedinmail

Ripubblichiamo una storia di convivenza che in questi giorni di conflitto in Terra Santa ci aiuta a riposizionare il nostro sguardo. Dal 1916 i Nassar sono proprietari di una fattoria dove ci si rifiuta di essere nemici.

A circa dieci chilometri a Sud ovest di Betlemme, in Cisgiordania, c’è una collina che appartiene alla famiglia Nassar ed è conosciuta con un nome speciale: Tent of Nations (Tenda delle Nazioni).

Da oltre cento anni, i proprietari della terra e della fattoria, che solo dal 2000 ha preso questo nome, sono palestinesi cristiani della città che ha visto nascere Gesù.

La scelta del nome in inglese non è casuale: qui, infatti, si ritrovano ogni anno giovani volontari provenienti da vari Paesi europei e del Nord America.

Trascorrono settimane in un luogo aperto a chiunque voglia aiutare nel lavorare la terra, vendemmiare, piantare ulivi, accudire gli animali;

ma anche dedicarsi a costruire ponti tra i popoli, come suggerisce il nome del luogo, e sostenere la famiglia Nassar nella sua attività agricola e di resilienza.

Chiunque può farsi un’idea di qual è la filosofia dei Nassar: basta avvicinarsi al cancello d’ingresso.

Qui un grande masso riporta la scritta: «Ci rifiutiamo di essere nemici» in più lingue: in arabo, l’idioma del luogo e dei proprietari della terra;

in ebraico, quello dei coloni che vivono nei cinque insediamenti lì attorno; in inglese, perché tutti possano comprendere.

Pur trovandosi in Cisgiordania, nella terra che un giorno dovrebbe costituire il futuro Stato palestinese, nell’intera area sorge un grande blocco di insediamenti ebraici in West Bank: la collina dei Nassar, in pratica, è l’unica sommità non occupata da colonie israeliane, poiché sulle cinque alture circostanti alla Tenda delle Nazioni, sorgono altrettanti insediamenti ebraici.

Sono “vicini di casa” che i Nassar non considerano affatto nemici, sebbene la convivenza non sia affatto facile.

Il problema più grande, però, è che l’amministrazione israeliana vuole requisire anche quella collina, l’ultima rimasta libera dalle colonie, per completare l’occupazione dell’intera zona.

Così dal 1991 è in corso una battaglia legale con la famiglia Nassar a colpi di appuntamenti in tribunale, rinvii di ordini di demolizioni e presentazioni di documenti che attestano la proprietà dei Nassar, che risale al 1916.

Daoud e Daher, i due fratelli che gestiscono la fattoria, non si danno per vinti: vogliono continuare a stare sulla loro terra, vivendo nella normalità, nel rispetto reciproco dei vicini, proseguendo nei lavori di agricoltura e allevamento e opponendosi all’ordine di evacuazione emesso dall’esercito israeliano.

Per resistere pacificamente sulla collina, da tempo è in corso una strategia geniale da parte dei Nassar: non costruire strutture ed edifici in muratura (che finirebbero nel mirino dell’esercito e verrebbero demoliti), ma utilizzare le grotte sotterranee della zona, come spazi adibiti a diversi scopi.

E’ per questo che la fattoria può essere descritta come “ipogea” e “diffusa”, nel senso che i luoghi che la compongono sono stanze interrate (per incontri, rimessaggio di attrezzi, ecc.), sparpagliate in diversi punti della collina. Addirittura, tra queste c’è anche una cappella per pregare.

Daoud e Daher ricevono i visitatori – tra cui molti pellegrini dall’Italia, ma anche consoli e rappresentanti religiosi – e accolgono i tanti volontari disposti ad aiutarli nei lavori agricoli.

Entrambi ribadiscono che, come cristiani ma anche come palestinesi, si rifiutano di essere nemici di qualcuno: «Vogliamo solo vivere in pace sulla nostra terra – ripetono con fermezza – con i nostri diritti, che sono quelli di tutti gli uomini».

E spiegano il motivo dell’utilizzo delle grotte sotterranee: «Israele ci vieta di costruire sulla collina: noi costruiamo sottoterra.

Israele non ci fornisce elettricità: noi la produciamo con i generatori.

I coloni si appropriano delle nostre sorgenti: noi ci rimbocchiamo le maniche per far arrivare l’acqua da un’altra fonte. Abbiamo resistito per anni e continueremo a farlo».

Resilienza anche alle ritorsioni

A far allenare la resilienza di Daoud e Daher non c’è solo la diatriba giudiziaria.

Dopo la pandemia da Covid che ha interrotto ogni visita dei volontari disposti ad aiutare, purtroppo alcuni abitanti del vicino villaggio palestinese, nella conca sotto la collina, si sono resi protagonisti di ripetuti attacchi che hanno messo a dura prova la fattoria: nel maggio 2021 un incendio doloso ha distrutto più di mille alberi, danneggiando brutalmente il raccolto di mandorle e olive; precedentemente erano state rovinate 250 viti tanto da vedere compromesso la produzione di vino.

«Per noi – racconta Daoud – è stato difficile rialzarci dopo queste disgrazie, ma abbiamo deciso di rinascere dalle ceneri e ripiantare alberi come segno di speranza.

Abbiamo iniziato a sanare gli appezzamenti bruciati e abbiamo piantato 170 nuove viti.

Abbiamo realizzato anche un sistema di irrigazione, recuperando l’acqua piovana dalle cisterne per innaffiare i nuovi alberi».

Purtroppo, però, a fine gennaio scorso, mentre i due fratelli stavano lavorando nei campi, sono stati aggrediti da un gruppo di 15 persone con il volto coperto: feriti gravemente, sono rimasti in ospedale per circa un mese, prima di poter essere dimessi.

«Questo gruppo di vandali vigliacchi non rappresentano i palestinesi: non rispecchiano il rispetto, l’accoglienza, il senso di appartenenza e di giustizia che caratterizza la cultura araba di Terra Santa.

È importante cogliere questo aspetto: non confondere un gruppo di aggressori con il popolo palestinese», spiega Laura Munaro, giornalista responsabile di Tents of Nations Italia.

Le ferite morali e psicologiche di Daher e Daoud sono ancora aperte: «Per quelle – commenta Munaro – ci vorrà molto più tempo e, in ogni caso, il ricordo di quei momenti rimarrà indelebile».

Adesso lavorare in fattoria da soli è troppo rischioso: urge ancora di più la presenza dei volontari internazionali che possano aiutare e supportare i fratelli Nassar e i loro familiari.

L’Alleluia nella cappella sotterranea

Quando Daher riceve pellegrini e visitatori di passaggio, li raccoglie in una grotta speciale: una cappella per pregare, dove su una colonna campeggiano i dipinti dei volti degli antenati dei Nassar.

E’ qui che con parole semplici e profonde spiega a tutti che si può convivere in pace nella stessa terra, palestinesi ed ebrei, cristiani e musulmani.

E’ qui che invita i suoi ospiti a cantare l’Alleluia. Un modo per attingere speranza da chi in questa terra è nato, vissuto, morto e risorto.