Intervista al sociologo Maurizio Ambrosini

Patto Ue: tra migrazione, propaganda e criminalizzazione dei disperati

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La nuova architettura europea sull’asilo e le migrazioni “perfeziona” in termini peggiorativi l’esternalizzazione delle frontiere con l’intento dichiarato di tenere lontani tutti coloro che, perseguitati o vittime di guerre e violenze, vorrebbero entrare in uno dei Paesi dell’Unione europea e chiedere protezione. 

Con il nuovo PattoPatto Migrazione e Asilo”, che entrerà in vigore a giugno 2026, l’Unione europea sta di fatto riscrivendo in modo restrittivo e respingente le norme sul diritto d’asilo, le espulsioni, il rapporto con i Paesi terzi considerati sicuri.

Si tratta di una complessa architettura di chiusura ed esternalizzazione delle frontiere, che di fatto rende sempre più difficile l’accesso all’Europa per chi fugge dalla propria terra.

Guerre, carestie, persecuzioni, schiavitù, cambiamenti climatici, martirio religioso – tra le cause principali dell’esodo di migliaia (non milioni!) di persone – saranno condizioni sempre più difficili da dimostrare per chi cerca asilo.

Paradossalmente però dal punto di vista dei migranti economici, questo Patto «apre a chi si avvicina per lavorare», seppure con notevoli limitazioni e paradossi.

Ne abbiamo parlato con il sociologo delle Migrazioni, Maurizio Ambrosini, che spiega: «esiste una gigantesca costruzione comunicativa della figura del rifugiato inteso come immigrato illegale. Condizione che non corrisponde alla realtà».

E tuttavia obbedisce a precise logiche sovraniste e di propaganda.

Professor Ambrosini, anzitutto una precisazione: il nuovo Patto europeo criminalizza tutti o solo i richiedenti asilo? Che ne sarà dei migranti economici?

«Io vedo una grossa ambivalenza. Esiste una politica europea esplicita e gridata che prende di mira i migranti e i richiedenti asilo allo stesso modo.

Ma i governi tutti, a mezza bocca e cercando di dirlo il meno possibile, stanno riaprendo le porte all’immigrazione regolare per lavoro, condizione che non si verificava da 50 anni a questa parte.

Potremmo anche dire che il panico morale e la riprovazione sociale nei confronti di chi attraversa il confine, finirà per coinvolgere anche costoro.

Ma ci sono indubbiamente due facce: una, quella più spietata, che riguarda proprio i più bisognosi, parliamo dei richiedenti asilo.

Questo Patto contiene una maggiore chiusura rispetto all’asilo e una tolleranza sempre più stentata verso i ricongiungimenti famigliari.

L’altra faccia è quella che per propaganda si tiene più nascosta: si intravede un’apertura, sebbene non esagerata, verso coloro che chiedono permessi di lavoro».

Quali sono a suo avviso i punti di maggiore criticità di tutto l’impianto del Patto?

«Naturalmente ce ne sono diversi. Tutta la politica recente dell’Unione Europea punta a fare in modo che entrino sempre meno persone e che queste siano respinte il più rapidamente possibile.

In generale, a mio avviso, dovrebbe allarmare molto la percezione dei richiedenti asilo intesi come “immigrati illegali”. Perché alla prova dei fatti non lo sono!

Bisogna dire chiaramente che nel 2024 oltre la metà dei richiedenti asilo entrati in Europa aveva ricevuto dalle autorità governative di svariati Paesi europei una tutela umanitaria. E dunque una forma di protezione.

Perché? Semplicemente perchè ne avevano diritto.

Nella maggior parte dei casi non si trattava affatto di illegali come si vuole far credere oggi».

Ma parliamo della stessa tipologia di persone per le quali oggi si chiedono più controlli, respingimenti e dinieghi?

«Esattamente. C’è una gigantesca costruzione propagandistica che criminalizza queste persone e che non corrisponde alla realtà dei fatti. Nel momento in cui si riceve l’asilo le modalità di ingresso vengono infatti risanate».

Con le nuove norme sarà però più difficile dimostrare di aver diritto alla protezione umanitaria?

«Sì, indubbiamente! Chi arriva da certi Paesi viene incanalato in un sistema di esame della domanda attraverso il quale dovrà dimostrare personalmente di essere stato vittima di qualche forma di discriminazione, violenza o persecuzione, anche religiosa.

Il fatto che appartenga, per esempio, ad una minoranza perseguitata, compresa quella religiosa, non vale più.

È la persona stessa a dover dimostrare, possibilmente sul proprio corpo, che è stato perseguitato. Non basterà essere, per fare un esempio, un fedele cristiano nel nord della Nigeria.

La dimostrazione della persecuzione individuale diventa più difficile».

Per richiedere la protezione umanitaria potranno entrare in Europa o devono stare fuori?

«Il trattenimento alla frontiera degli “aspiranti rifugiati” che arrivano da Paesi cosiddetti “sicuri”, rende più difficile cercare forme di aiuto o di integrazione.

Durante il processo di analisi della domanda di asilo restano fuori dalle frontiere.

È molto preoccupante la possibilità di essere respinti non solo verso il Paese di origine (ritenuto erroneamente sicuro) ma anche verso un Paese attraverso cui l’aspirante immigrato sia transitato, o un Paese terzo con cui si sono sottoscritto accordi bilaterali».