Timore di attacchi armati, nessuna garanzia di tregua; isolamento totale sia fisico (dovuto alla chiusura delle strade) che comunicativo.
Prezzi dei beni di prima necessità alle stelle – 300 grammi di fagioli costano due dollari – e incertezza di vita, col terrore costante che l’M23 possa raggiungere l’ultimo avamposto del Sud Kivu.
Siamo a Kitutu, villaggio nel cuore della zona aurifera del Sud Kivu, nell’Est del Congo, non lontano da Bukavu.
A raccontarci tutto questo in prima persona è don Davide Marcheselli, prete diocesano, da anni in missione nella regione congolese ricca d’oro e di miniere artigianali.
Soggetta adesso al gruppo armato filo-ruandese M23 e alle azioni arbitrarie dei “patrioti” Wazalendo.
«La guerra è abbastanza lontana dal nostro villaggio – spiega – ma sappiamo che l’M23 governa su buona parte del Sud Kivu: la milizia non è arrivata fin qui ma siamo isolati.
Non abbiamo internet, nè telefono e nessuna notizia se non di terza o quarta mano.
Riesco a comunicare in questo momento con voi, non perché sia stato ripristinata la rete ma perché abbiamo ospiti che si sono portati dietro la connessione Starlink!
In parrocchia continuiamo con le attività quotidiane senza alcun tipo di cambiamento».
La resistenza e la tenacia, il proseguire con una vita il più possibile “normale” è la chiave per non soccombere al conflitto tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, ci racconta don Davide.
Una cosa è certa per il sacerdote e per tutti coloro che condividono lo stesso destino:
«la guerra Trump non l’ha fermata, nonostante si fregi del contrario», conferma don Davide.
«Questa assenza di comunicazione é certo da ascrivere alla guerra in corso perché in condizioni di pace il problema sarebbe già risolto.
Purtroppo i prezzi sono ancora alle stelle, pensate che un sacco di cemento costa 100 dollari e una birra da mezzo litro 4 dollari, trecento grammi di riso o di fagioli arrivano a due dollari.
La gente tribola tanto. Ma si va avanti».
Nel villaggio si parla di problemi alle infrastrutture e di contenzioso tra le compagnie telefoniche e i nuovi arrivati, l’M23 che si è già preso tutta la regione più ghiotta, salvo lasciar andare la città Uvira, incalzati dalle minacce di Donald Trump.
«La strada non c’è più, i camion hanno costi esagerati per far arrivare le merci e i blocchi stradali imposti dai ‘wazalendo’, i cosiddetti patrioti (violenti e senza regole), con relative tasse, aumentano ulteriormente i costi del trasporto.
E chi ne paga le conseguenze è la gente».
E in effetti gli accordi di pace considerati “risolutivi” dagli Usa, siglati il 4 dicembre 2025 a Washington dal ministro degli esteri della Repubblica Democratica del Congo e dal suo omologo ruandese, sono anzitutto delle “intese commerciali” sui minerali cruciali: coltan, cobalto, rame, oro, manganese.
Il Peace and Prosperity agreement è centrato unicamente su dichiarazioni di principio che affidano la pace al “rispetto reciproco” senza fornire una road map dettagliata per uscire dal ginepraio delle milizie e facilitare il disarmo.
Non si fa cenno al ripristino della giustizia né a come garantire il ritorno dei civili sfollati.
Il cuore di tutto è il Regional Economic Integration Framework tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, dove tra i due contendenti è l’America di Trump a garantirsi gli appalti in miniera.
Sono 26 pagine centrate su mining policy e supply chain: regole per estrarre più facilmente minerali e favorire il business (mediato da Trump che estrae dalle miniere), tra il Congo e il Ruanda che acquista e rivende.

