Chi sono davvero i “weekend snipers” di Sarajevo, i “turisti cecchini” che arrivavano anche dall’Italia, pronti a sparare sui civili, preferibilmente bambini, sotto assedio nella città bosniaca?
«Chi organizzava le loro partenze da Trieste, il venerdì pomeriggio per poi consentire il rientro a casa, magari in tempo per la messa della domenica?». E infine, «perché 30 anni di silenzio?».
A chiederselo – e a chiederlo al nostro governo – è la deputata del M5 Stelle, Stefania Ascari, che ha depositato il 13 marzo scorso una interrogazione parlamentare a risposta orale.
Ieri in una conferenza stampa alla Camera dei deputati, Stefania Ascari ha riacceso i riflettori su una vicenda «di totale disumanizzazione» che rappresenta «il fallimento politico e morale dell’Occidente».
Con lei, Ezio Gavazzeni, autore del libro inchiesta appena uscito “I cecchini del weekend”.
Gavazzeni è la persona che ha consentito l’apertura dell’inchiesta da parte della procura di Milano in seguito all’esposto da lui presentato nel 2024.
«Secondo fonti bosniache, i presunti “turisti-cecchini” avrebbero versato somme ingenti, corrispondenti oggi a decine di migliaia di euro, fino a 100mila, per partecipare a tali azioni di sterminio, arrivando a stabilire un vero e proprio “tariffario dell’orrore”.
In base al quale “i bambini costavano di più, poi gli uomini (preferibilmente in divisa), le donne, mentre gli anziani potevano essere uccisi gratuitamente”», così si legge nella interrogazione parlamentare firmata da Ascari e Ferrara.
Già alla fine del 1993 due agenti del Sismi, ha spiegato Gavazzeni in conferenza stampa, «avvertono che sulle colline di Sarajevo c’erano cinque italiani. Li intercettano e li rimandano a casa.
Ma il traffico di cecchini prosegue per tutto il 1994. C’è un faldone del Sismi con i nomi, i cognomi e gli indirizzi di queste cinque persone: noi vogliamo sapere chi sono».
Stefania Ascari si domanda: «il nostro governo intende agire affinchè siano messi a disposizione dalle autorità della Bosnia Erzegovina, atti, testimonianze o prove utili all’indagine?».
L’ostacolo vero, afferma Gavazzeni, «è portare il caso all’attenzione delle istituzioni: io dal punto di vista dell’inchiesta sono stato fortunato e ho fatto gli incontri giusti.
Le istituzioni però fanno fatica: il Sismi ci deve spiegare perché nel 1995 non ha detto nulla e ha solo risposto ai bosniaci; all’epoca non è uscita fuori la storia ma c’erano 5 civili implicati. Io ho presentato l’esposto il cui cuore è proprio il Sismi.
Lì ci sono 5 nominativi e su questi si può lavorare. Uno, lo scrivo anche nel libro, va tutt’ora in tv. Di persone note ce ne erano».
Irina Cesic festeggiava il suo primo compleanno l’8 ottobre del 1993. Quattro giorni dopo è stata ammazzata dal proiettile di un cecchino appostato nelle vie di Sarajevo. 
«Da quando la bambina aveva imparato a camminare mia moglie Stana la teneva sempre per mano», raccontava a Radio Free Europe il papà, Samir Cesic.
«Non abbiamo mai capito perché qualcuno abbia voluto colpire ad una distanza di 50-60 centimetri una bambina di un anno anziché un adulto. Sarebbe stato molto più facile colpire noi».
I genitori di Irina non si danno pace: per tre decenni si sono posti la stessa domanda.
Eppure, la risposta, forse, è contenuta proprio nelle inchieste già pubblicate: ciò che emerge dalle testimonianze per l’appunto, è che il trofeo più ambito dai “cacciatori” erano proprio i bambini.
Sarajevo è stata cinta d’assedio e tenuta ostaggio per 1425 giorni dall’esercito della Republika Srpska, i militari serbo-bosniaci, tra 1992 e 1996.
È stato uno dei più lunghi assedi della storia europea. Oltre 1.660 i bambini ammazzati e 14mila i feriti.
Dopo tanto tempo pensavamo che il peggio fosse stato già raccontato e invece prima gli articoli di stampa e poi l’inchiesta della Procura di Milano hanno scavato oltre l’orrore.
«L’ipotesi di reato sarebbe quella di omicidio volontario plurimo aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti, trattandosi di atti riconducibili a crimini contro l’umanità ai sensi del diritto penale internazionale», è l’affermazione contenuta nella interrogazione parlamentare di Stefania Ascari.
Da tenere sempre a mente che «l’Italia, in forza delle proprie leggi e dei trattati internazionali sottoscritti, è obbligata a perseguire i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, anche quando commessi da cittadini italiani all’estero».
(Tutte le foto del pezzo di Ilaria De Bonis sono copyright Popoli e Missione)

