Viene dal Libano padre Raymond Jarjoura, sacerdote libanese della Chiesa Greco Melkita. Vive ora a Milano con la famiglia dopo aver ricevuto il mandato dell’arcivescovo Mario Delpini.
Padre Raymond Jarjoura è un sacerdote libanese della Chiesa Greco Melkita della diocesi di Beirut, missionario nella diocesi di Milano.
Sposato dal 1997, sacerdote dal 1999, con la sua famiglia (moglie e una figlia) abita in un appartamento della parrocchia San Dionigio, zona Prato Centenaro, dove collabora dal novembre 2024 dopo aver ricevuto il mandato dell’arcivescovo Mario Delpini nella Veglia Missionaria.
Prima di arrivare in Italia era parroco in una parrocchia nella diocesi di Beirut. 
La Chiesa Greco Melkita appartiene alle Chiese cattoliche orientali, è una Chiesa di rito Bizantino e tradizione araba diffusa principalmente in Libano e nei Paesi arabi mediorientali con a capo un patriarca, con vescovi e sacerdoti propri. I sacerdoti Melkiti, seguendo la secolare tradizione comune a tutte le Chiese orientali sia ortodosse che cattoliche risalente all’epoca apostolica, sono (nella stragrande maggioranza) sposati e con famiglia.
Così padre Raymond, dice don Giovanni Pauciullo, parroco di S. Dionigio, presentandolo alla comunità «parla correntemente l’italiano perché negli anni passati ha perfezionato i propri studi teologici in Italia con i Francescani e possiede, inoltre, la facoltà di celebrare anche secondo il rito Ambrosiano».
Padre Raymond è stato al Cum di Verona per il corso di accoglienza pastorale nell’autunno scorso, dove l’abbiamo intervistato parlando del suo Paese, il Libano.
Padre Raymond, prima di arrivare in Italia, lei era parroco di una parrocchia sotto le bombe. Ci può raccontare?

«Sono nato nella guerra, cresciuto nella guerra, ho studiato nella guerra, mi sono sposato nella guerra, ho una figlia che è nata nella guerra e forse morirò con la guerra.
Quindi posso dire che è una brutta cosa. Tutte le comunità in Libano soffrono, non solo i cristiani, a causa anche del collasso economico che c’è stato nel 2019.
Non c’è solo la guerra delle bombe e dei missili, c’è anche una guerra economica molto pesante. Ci sono le bombe che cadono, ci sono anche le bombe di una economia che uccide la gente perché la povertà è aumentata tantissimo.
La classe media in Libano non c’è più: da un lato ci sono i super ricchi, dall’altro la gente, sempre più povera».
Cosa vuol dire vivere sempre in guerra?
«Vuol dire non poter progettare. Qui in Italia voi potete dire “quest’estate vado in vacanza al mare”.
In Libano al mattino se vuoi andare al lavoro devi informarti se ci sono stati attacchi, se la situazione è tranquilla. Ogni giorno così.
Esci al mattino e non sai se rientri la sera. La società occidentale, voi Italiani, vivete in un lusso, quello della pace, che non sapete apprezzare.
Noi in Libano non possiamo andare in banca a prelevare il denaro che abbiamo depositato perché il sistema, prevedendo la fuga dei capitali, ha bloccato i prelievi e ti lasciano prelevare solo piccolissime somme.
Non abbiamo sicurezza sociale, i miei parrocchiani anziani a Beirut dovevano continuare a lavorare se volevano mangiare, il costo della vita è aumentato tantissimo, come quello dell’istruzione».
Tutto questo cosa provoca?
«Da un lato sei tentato di non fare nulla, di lasciarti andare perché quello che fai oggi può essere bombardato domani. Dall’altro però ha messo in moto la convinzione del fare nonostante tutto, nonostante la guerra.
È un agire anche contro un fatalismo che sarebbe devastante.
In questo senso in Libano si è attivata una grande solidarietà che sperimentavo nella mia parrocchia.
Tutti hanno bisogno ma nessuno, ad esempio, soffre la fame, o rimane senza un tetto dove stare. Ad un parrocchiano era caduta una bomba sulla casa e l’aveva distrutta.
I vicini hanno offerto subito ospitalità. C’è una solidarietà che coinvolge tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa».
(L’intervista per intero è pubblicata sul numero di marzo di Popoli e Missione)

