Il deficit elettrico ha superato il 60% della capacità nazionale a Cuba. Centrali termoelettriche obsolete, impianti fuori servizio, manutenzioni interminabili, mancanza di combustibile hanno messo in ginocchio la vita sull’isola, come racconta padre Alberto Reyes da L’Avana.
Nel buio della notte a Cuba ha una colonna sonora improvvisata dove solo i rumori contano.
L’assenza di elettricità non è più un’emergenza temporanea ma è diventata una condizione cronica che accompagna interi quartieri dell’Avana e delle città orientali dell’isola.
Per questo le persone protestano.
Lo fanno di notte, in modo spontaneo e disorganizzato, senza leader né slogan. Sono proteste che nascono da un’esasperazione quotidiana che non trova più parole.
In molti quartieri popolari il blackout dura oltre 12 ore al giorno, a volte 18 o 20, con famiglie intere che restano senza luce, acqua, refrigerazione, mentre anziani e bambini sono costretti a notti soffocanti, con temperature che non concedono tregua.
Sono soprattutto i giovani, a scendere in strada.
Chiedono una vita sopportabile e sullo sfondo un cambiamento politico.
È una protesta per la sopravvivenza che racconta una crisi ben più profonda di un prolungato guasto tecnico.
Secondo dati ufficiali del governo cubano, il deficit elettrico ha superato il 60% della capacità nazionale.
Centrali termoelettriche obsolete, impianti fuori servizio, manutenzioni interminabili, carenza di combustibile e una generazione distribuita insufficiente rendono la crisi strutturale.
A Bayamo, capoluogo della provincia di Granma, si sono registrate oltre 20 ore consecutive senza corrente.
All’Avana, nei quartieri di Marianao, Cerro e Diez de Octubre, la luce scompare nel pomeriggio e torna – quando torna – alle prime ore del mattino.
«La situazione è molto complicata per i tagli di luce», conferma padre Alberto Reyes, sacerdote della diocesi di Camagüey e una delle voci più lucide rimaste sull’isola.
«Nel resto del Paese siamo stati due e tre giorni senza corrente, a volte con tre o quattro ore di elettricità e basta.
Tutto si paralizza. In casa non puoi usare nessun elettrodomestico, la gente cucina con legna e carbone, ma è difficile trovarlo ed è tutto carissimo».
Il blackout, spiega Reyes, non è solo un disagio tecnico ma una forma di logoramento umano. «Quando hai bambini o malati in casa è un problema enorme: fa molto caldo, ci sono zanzare, la gente non riposa.
E poi ci sono lavori che senza elettricità non esistono. Se non produci, non guadagni.
E senza soldi non puoi sostenere la famiglia».
A rendere tutto più pesante è l’assenza di qualsiasi orizzonte: «Non si sa fino a quando durerà. Giorni, settimane, mesi. Nessuno lo sa.
È una situazione durissima e molto incerta. Come si può vivere così? Siamo nel XXI secolo: è un mondo costruito sull’elettricità e senza elettricità non c’è vita».
(Prosegue sul numero di febbraio di Popoli e Missione)

