Israele attacca i siti nucleari iraniani e l’Occidente mette in mora l’Iran

Facebooktwitterlinkedinmail

«Israele ha lanciato l’Operazione Leone Nascente, operazione militare mirata, per contrastare la minaccia iraniana alla sopravvivenza stessa di Israele.

Questa continuerà per tutti i giorni necessari a rimuovere questa minaccia».

La dichiarazione è di Benjamin Netanyahu, stamani, a poche ore dall’attacco israeliano contro i siti nucleari dell’Iran.

E quanto scrive conferma e auto giustifica il tragico attacco di stanotte, con l’uccisione di sei ingegneri nucleari, diversi civili, il capo dei Pasdaran e il Capo di stato maggiore delle forze armate.

Il governo di Tel Aviv ha praticamente decapitato la compagine militare iraniana.

La formula di rito usata da Israele anche stavolta (come tutte quelle in cui ha deciso di attaccare l’Iran) fa leva su una supposta minaccia per la sopravvivenza stessa del proprio Stato.

E tanto basta ad inibire qualsiasi reazione occidentale e ad assecondare l’ “unica democrazia del Medio Oriente” che avrebbe “diritto all’autodifesa”.

Con l’iniziativa militare unilaterale di stanotte (attesa da giorni), però, di fatto Israele va molto oltre e sfida pesantemente l’Iran, aprendo la strada ad una escalation militare di proporzioni inimmaginabili in Medio Oriente.

«E’ una dichiarazione di guerra», dicono le autorità iraniane.

La reazione del mondo è disarmante. Quasi compatti i leader occidentali non hanno in alcun modo stigmatizzato Israele ma di fatto esortato l’Iran a non reagire, e le due parti a non dare avvio ad una escalation.

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato l’Iran a non effettuare ritorsioni su personale americano e si è affrettato a chiarire che Israele ha fatto tutto da sè.

«Questa notte Israele ha intrapreso un’azione unilaterale contro l’Iran – ha detto –

Non siamo coinvolti in attacchi contro l’Iran e la nostra priorità assoluta è proteggere le forze americane nella regione.

Vorrei essere chiaro: l’Iran non dovrebbe prendere di mira gli interessi o il personale degli Stati Uniti».

Il ministro degli Esteri australiano Penny Wong ha dichiarato: «l’Australia è allarmata dall’escalation tra Israele e Iran.

Ciò rischia di destabilizzare ulteriormente una regione già instabile. Invitiamo tutte le parti ad astenersi da azioni e dichiarazioni che potrebbero esacerbare ulteriormente le tensioni».

E poi la stoccata che in qualche modo avalla l’azione: «comprendiamo tutti che il programma nucleare e missilistico dell’Iran rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali e invitiamo le parti a dare priorità al dialogo e alla diplomazia».

E questa è la posizione assunta praticamente in modo trasversale da tutti i leader mondiali: il problema, per Usa, Europa e in parte per le Nazioni Unite, è il programma nucleare iraniano, che rappresenterebbe una minaccia alla sopravvivenza globale.

Nulla sull’aggressione israeliana ad uno Stato sovrano che ci trascina nel baratro bellico.

E così Tel Aviv è messa ancora una volta al riparo da accuse, sanzioni o prese di distanza.

La giornalista Paola Caridi, che analizza in modo puntuale e ineccepibile i fatti in itinere avverte: «è un attacco diverso dagli altri: è guerra.

E siamo su una faglia tra guerra regionale e guerra mondiale».

«L’Iran sta reagendo – dice ancora Caridi – sta rispondendo con droni e missili e anche la reazione ci dirà dove stiamo andando.

Bisogna essere chiari però: la notizia è: ‘c’è un genocidio in corso compiuto da Israele a Gaza.

E Israele ha lanciato l’attacco all’Iran’.

È un tempo tremendo, un tempo che non è ordinario. È tempo di genocidio.

E anche di guerra».