Un editoriale scritto per noi dall'inviato di Avvenire Paolo Lambruschi

Il Sud globale trascurato dai media è invece ricchissimo di storie e risorse (umane)

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Si parla troppo poco del Sud del mondo nei media italiani. 

Eppure, gli italiani domandano informazione sui Paesi africani, asiatici, latinoamericani, sul Medio Oriente e non la trovano.

È un paradosso, ma in un’Italia dove le vendite di quotidiani e periodici sono tornate ai livelli pre-boom economico, dove l’intelligenza artificiale sta inghiottendo anche il traffico sui siti e i motori di ricerca, non pare esserci la voglia di offrire novità per risollevarsi.  

Partiamo dall’Africa, che nei circoli geopolitici è vista come il continente del nostro destino per le sue risorse naturali e la sua gioventù.

L’età media del continente e 19,5 anni.

In un Paese come il nostro, alla ricerca di materie prime, in pieno inverno demografico e che ha bisogno di manodopera in settori come agricoltura, edilizia e turismo e che geograficamente è un ponte tra Europa e Africa e in più con un passato coloniale, dovrebbe essere naturale conoscere bene il continente attraverso cronache e approfondimenti.

In più, lo storico Angelo Del Boca, che prima di insegnare la storia coloniale patria ha battuto l’Africa come inviato speciale, sosteneva negli anni Novanta che almeno un italiano su cinque aveva rapporti e quindi interessi per l’Africa.

Con la globalizzazione economica, la crescita della cooperazione e l’immigrazione probabilmente questa percentuale è aumentata.

Invece l’Africa è assente, inghiottita da un buco nero mediatico, e quando compare nei media viene presentata in modo stereotipato, come conferma il rapporto di Amref e dell’università di Pavia “Africa mediata”.

Tralasciando le percentuali, le tematiche affrontate anche nel poco spazio concesso dai media mainstream sono povertà, migrazioni, guerre, a cui si aggiungono carestia, sovrappopolazione, malattie, disoccupazione, terrorismo. 

Insomma, quella che il rapporto chiama “Africa senza speranza”.

E i rari afrodiscendenti ospiti in tv nei programmi televisivi di informazione e intrattenimento (nell’1,2% dei casi!) sono relegati al ruolo di comparse, in genere come componenti della comunità musulmana o come migranti.

Quindi “pericolosi”. Non c’è spazio per operatori sanitari, insegnanti o ristoratori presenti nel nostro quotidiano. 

Un’indagine Ipsos dice che l’82% degli italiani desidera un racconto più equilibrato che valorizzi il potenziale dell’Africa. Tra i giovani della Gen Z questa percentuale sale addirittura all’88%.

Lo spazio per una nuova narrazione esiste, ma nemmeno i telegiornali ne approfittano. Un altro rapporto, “Illuminare le periferie”, di Cospe, Usigrai e Fnsi, esamina i Tg nazionali e rileva come stia continuando a crescere l’attenzione sugli esteri nell’agenda mediatica.

La guerra a Gaza ha dominato ad esempio l’agenda nonostante l’impossibilità di ingresso dei giornalisti internazionali nella Striscia.

Il sacrificio degli oltre 200 giornalisti palestinesi uccisi dall’8 ottobre 2023 ad oggi, ha consentito almeno il racconto parziale.

Ma il 95% dello spazio informativo dei Tg resta appaltato al Nord del mondo e persino quando si parla di Gaza il 93% delle voci ascoltate sono italiane, con uno spazio marginale concesso a palestinesi. 

E l’Africa? Sparita. I nove Paesi sub-sahariani considerati prioritari per la Cooperazione italiana (Burkina Faso, Senegal, Niger, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Mozambico) hanno ricevuto 46 notizie nei telegiornali nel 2024/25, con un calo netto rispetto alle 180 notizie del 2023.

Un confronto con i Tg francesi e tedeschi è impietoso. 

Come possiamo decolonizzare lo sguardo mediatico e sprovincializzare almeno un po’ l’italica narrazione autoreferenziale? 

Ad esempio, cominciando a raccontare l’impatto della cooperazione italiana sui Paesi del piano Mattei e superando lo schema guerre-immigrazione-povertà.

E se anche e finalmente si iniziasse a parlare di guerre dimenticate, si potrebbe dedicare – oltre all’aspetto umanitario – qualche approfondimento agli interessi geopolitici ed economici che le determinano.

Magari una fetta più ampia del pubblico scoprirebbe che ci toccano da vicino. 

Importante anche dar voce alla società civile del Sud del pianeta, la quale esprime spesso leader e attivisti interessanti. 

L’ultimo tabù da infrangere sarebbe sdoganare nei media le ospitate di giornalisti, analisti e intellettuali dei paesi del Sud al posto dei nostri tuttologi (pratica normale oltre le Alpi).

Sarebbero investimenti, non costi, e gettando ponti anziché alzare muri si aprirebbero strade oggi battute solo da un pubblico di nicchia. 

 

*inviato di Avvenire