«Far parte della parrocchia della cattedrale di Yaoundé e avere la Porta Santa quasi “in casa” mi ha permesso di ricorrere a questo “passaggio di grazia” nei momenti di tristezza e di difficoltà.
L’ho attraversata in occasione del Giubileo della vita consacrata, con la mia comunità, ma anche in solitudine, e talvolta insieme a qualche “straniero” venuto da lontano in visita.
È stato, insomma, un tempo di grazia condiviso e allo stesso tempo vissuto nell’intimità».
A parlarne, a conclusione di un Giubileo dall’immenso significato non solo per Roma e per Occidente, ma anche per l’Africa e il resto del mondo, è suor Loreta Beccia, comboniana in Camerun.
«Credo che ogni Giubileo porti con sé molti doni e prego – dice – affinché questo Giubileo del 2025 concluso ci lasci intravedere cieli nuovi e terra nuova per un mondo che sta attraversando situazioni difficili da Oriente a Occidente».
In effetti questo anno giubilare è stato cruciale sia per l’Europa che per il Sud del mondo, e in particolare per il continente africano in balia di guerre e squilibri economici e sociali.
Le celebrazioni per il Giubileo hanno tuttavia favorito apertura, accoglienza e comunione, creando dei precedenti che non andranno persi.
L’evento ecclesiale «ha assunto in Africa un significato simbolico e concreto che va ben oltre la Porta Santa».

Padre Aurelio Gazzera
Ce lo raccontano i protagonisti delle Chiese missionarie.
«Non pensate al Giubileo come a qualcosa che ha un inizio e una fine: qui in Benin è stato l’avvio di un processo che ci ha consentito di mettere l’accento sulle migrazioni interne, dandoci l’occasione per aprire ancora di più le porte ai migranti.
E questo non avrà termine con la chiusura della Porta santa».
La testimonianza è della salesiana suor Johanna Denifl, missionaria tra le bambine schiavizzate del Benin.
«Il nostro è un Paese dove il cattolicesimo ha un’importanza fondamentale – dice – : la Chiesa durante l’anno giubilare ha organizzato diverse azioni sociali, molto concrete.
Le parrocchie hanno offerto una pastorale per i migranti interni, per gli sfollati, per i rifugiati, e per quelli di ritorno dai Paesi confinanti (Nigeria, Burkina Faso, Mali, Togo, Niger, Chad).
Si è donato orientamento e accompagnamento spirituale. Tante parrocchie hanno aperto le porte ai migranti».
L’ex Dahomey divenne fulcro della tratta atlantica degli schiavi con deportazioni verso le Americhe tra il XVI e il XIX secolo. 
E ancora oggi reca i segni e le conseguenze di questa orrenda violazione dei diritti umani: il passato doloroso si ripete con la tratta delle bambine, commerciate e rese schiave.
A dicembre scorso si è temuto che anche in Benin l’esercito potesse prendere il potere, in seguito ad un colpo di Stato poi fallito.
Tutta la regione del Sahel è sotto l’effetto dei golpe che rimuovono leder autoritari per poi instaurare regimi militari.
«Qui c’è tanto bisogno di accogliere rifugiati che arrivano da altri paesi vicini in guerra o toccati da instabilità politiche e catastrofi naturali, frutto del cambiamento climatico», dice ancora suor Johanna.
Altro Paese africano iconico, ancora instabile e poverissimo è il Centrafrica, che ha vissuto un Giubileo della speranza all’insegna della conversione.
Con le parole del vescovo-missionario di Bangassou, padre Aurelio Gazzera, carmelitano Scalzo: «abbiamo voluto che fosse veramente l’occasione di un incontro con la misericordia di Dio e un momento di conversione».
Questo ci racconta da Bangassou.
Aperto il 29 dicembre 2024 nella cattedrale, il Giubileo è stato chiuso il 27 dicembre 2025 e il vescovo parla di “una fede che si è rinnovata”.
«Per moltissima gente – racconta – è stata l’occasione di un ritorno a Dio, per ricevere i sacramenti. In una parrocchia abbiamo confessato in tre, dalle nove del mattino alle 17 di sera, ininterrottamente».
Le distanze nella Repubblica Centrafricana che vive una delicata fase di pacificazione dopo anni di guerra civile tra milizie armate, sono enormi, e le strade pessime:
«tra le parrocchie più lontane ci sono più di 600 km – spiega Gazzera – Per questo motivo abbiamo voluto che tutte le chiese parrocchiali fossero luogo giubilare».
«Abbiamo privilegiato due piste di celebrazione: a livello diocesano, con i giubilei per categorie: malati, donne, prigionieri, seminaristi, movimenti ecclesiali…
A livello locale c’è stata una celebrazione in ogni parrocchia, presieduta dal vescovo, e preceduta da catechesi sul senso del giubileo».
Ci sono state anche molte iniziative di carità per orfani, anziani, ammalati: “ma al di là di questo –dice il vescovo – rimane il senso forte del richiamo alla speranza ‘che non delude’ e alla Fede”.
Da Roma, e dalla sua missione con i rifugiati del Centro Astalli, Paola Arosio delle suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret dice: “la Chiesa deve fare il possibile affinché si chiuda la Porta Santa ma restino aperte tutte le altre porte!”.
Quello che non ha funzionato, secondo suor Paola, è stata la difficoltà di ottenimento dei visti per i tanti giovani che durante il Giubileo a loro dedicato, volevano raggiungere Roma dai rispettivi luoghi di provenienza in Africa e America Latina.
Le riferisce lo sgomento di molte sue consorelle che operano nei Paesi di missione. 
«Non si possono chiudere le frontiere ai giovani, per nessun motivo! – dice – altrimenti neghiamo ad un’intera generazione la possibilità di fare esperienze importanti e di crescita nell’incontro e nello scambio.
Per i giovani dei Paesi latinoamericani e africani, dove noi siamo in missione, è fondamentale viaggiare e raggiungere i coetanei durante i grandi eventi ecclesiastici».
Se questo non accade si limita anche la forza storica e il senso dei grandi pellegrinaggi giubilari, nati per favorire il viaggio, anche simbolico, verso Roma.

