Amazzonia brasiliana: suor Rosy, la missionaria itinerante (felice)

Facebooktwitterlinkedinmail

«Sono una felice figlia della foresta Amazzonica a Manaus». Con suor Lapo, in questa incredibile intervista, ripercorriamo episodi di una vita a stretto contatto con le popolazioni indigene, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana.

«Io sono nata per essere una missionaria itinerante: per andare di villaggio in villaggio; arrivare, fermarmi, vivere con le comunità e poi ripartire.

Sono nata nomade e se rinascessi altre cento volte, sempre questo vorrei fare».

Lo ripete tante volte suor Rosy Lapo, classe 1949, nata a Longare in provincia di Vicenza.

Con la sua risata forte, la lingua unica, un misto di portoghese ed italiano; il suo modo felice di raccontare a raffica ogni cosa e di passare da una storia ad un’altra, da un ricordo (forte) ad un altro.

«Quando si parte per le catechesi nei villaggi più lontani del Brasile, nascosti nella foresta amazzonica, si va con la barca e questo viaggio richiede giorni e giorni.

Appena arrivi le comunità ti fanno sedere e ti portano acqua e farina; ti danno tutti la mano e dicono: “bello che sei venuta, quando ritorni?”.

“Ma come!”, rispondo io, “sono appena arrivata!”», ride forte suor Rosy mentre racconta scorci di vita quotidiana che a noi sembrano lontani e meravigliosi.

«Si fa insieme il programma di tutta la giornata, se c’è un malato grave si va subito da lui.

Si resta lì, si dorme e si fa la vita degli indigeni.

Il giorno dopo messa, pranzo tutti assieme per poi ripartire per un’altra comunità».

Suor Rosalia Lapo dice che se non sta in foresta lei si sente «un pesce fuor d’acqua».

Fa l’infermiera nel distretto di Pari Cachoeira, ha visto nascere tanti bambini: «se ci sono 300 persone nel villaggio devi stare un giorno in più.

Io sento che se dovessi morire per poi rinascere vorrò ancora rinascere missionaria itinerante nella mia foresta grande».

Le rimangono nel cuore costantemente «la delicatezza delle persone, la condivisione, le risate, la loro voglia di mettere a disposizione degli altri tutto, anche solo una caramella: queste le cose più belle che annovera.

La proprietà privata è un concetto praticamente sconosciuto nei villaggi dell’Amazzonia, così come l’abbigliamento, indice di una fortissima simbiosi con il Creato.

«Se sanno che qualcuno andrà in visita però, si vestono», precisa la missionaria.

La incontriamo in una rara pausa italiana nella casa madre delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Roma. Ma presto ripartirà per il Brasile.

«Se rimani fuori più di un mese, portando medicine e parola di Dio, non torni più a casa», afferma. E così è.

In 40 anni di vita missionaria nell’Amazzonia brasiliana come Figlia di Maria Ausiliatrice, Rosy ha visto e toccato con mano talmente tanto la presenza di Dio da non avere più alcun dubbio:

«il Signore non solo lo senti vicino ma lo vedi proprio in azione», afferma.

«Posso ringraziare Dio per il dono della vocazione: perché è lui che me l’ha data». E per essere ancora più chiara racconta tanti aneddoti che confermano la mano invisibile dell’Universo in azione.

Come quella volta di tanti anni fa che suor Rosy fece nascere in piena foresta e completamente da sola, un bambino, Jesus, riuscendo a tenere in vita sua mamma che se ne stava andando per via di una forte emorragia.

 «Era il giorno di Natale – ricorda – le consorelle non erano andate a messa perché avevano la febbre alta e io ero da sola. Dissi: “padre Alfonso vieni ad aiutarmi con la donna che sta per partorire”, e lui: “non voglio vedere il sangue mi fa impressione”.

Il marito della donna nel frattempo era andato a chiamare lo stregone. Era venuta fuori la placenta, l’infermeria era tutta piena di sangue; io ho arrotolato il bambino appena nato nel lenzuolo e l’ho affidato al prete che aspettava fuori. Ho fatto respirare la donna, le ho messo le flebo e con l’acqua. “Tu vivrai”, le dissi.

E dopo mezzora il marito chiedeva se fosse morta. “No che non è morta. L’abbiamo salvata”, lo tranquillizzai.

Trentacinque anni dopo ero in una farmacia, in una cittadina brasiliana e mi serviva un medico di nome Jesus.

Lo lessi dal suo tesserino.

Gli chiesi: “chi le ha messo questo nome?”.

E lui: “sono nato il 25 dicembre e sono figlio di un miracolo”. Era proprio lui, il bambino della foresta! Oggi è un medico molto apprezzato, si è anche candidato per essere prefetto della città di Manaus».

Di storie così, provvidenziali, magiche e anche talvolta terribili, suor Rosalia ne ha tantissime e ce le dona.

«Un giorno gli indigeni avevano ucciso un’anaconda e me la volevano cucinare, io ho tolto il grasso – racconta – e pensare che quell’animale aveva ingoiato un vitello tutto intero! Aveva dentro il vitello.

L’anaconda entra in letargo e la preda si dissolve lentamente, ma il brutto è che spesso porta via anche i bambini… i bambini spariscono, quando non si trovano più è possibile che li abbia presi l’anaconda».

Il giocattolo più bello che i bambini indigeni hanno «è l’acqua – confida – sono sempre in acqua e sono sempre contenti».

E spiega ancora che gli indigeni brasiliani «hanno il sole come Dio, lo stregone lo venera, prega il sole e poi dice a noi: “ora dagli la medicina tua, io ho già fatto la mia parte”.

Loro conoscono Gesù ma non perdono la loro religiosità.

E pregano le stelle, pregano la natura. Nella foresta il sole è più vicino, le stelle sono più grandi. Le persone vivono nella natura, con la natura».

Un paradiso non ancora perduto dove tutto è uno: la natura si fonde con la vita quotidiana, ne è parte integrante, e nessuno potrebbe vivere se non in armonia con il Creato.