Viaggio nelle Filippine, tra corruzione e riscatto civile

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Nel febbraio 1986 alcune milioni di persone marciarono disarmate lungo la Epifanio Del los Santos Avenue di Manila, costringendo Marcos sr alla fuga. A distanza di 40 anni, la società civile si mobilita contro la corruzione del regime di Marcos jr.

È stato un evento che ha cambiato la storia nazionale, e l’ha fatto con le potenti armi della nonviolenza, della fede, della preghiera e della solidarietà collettiva.

Quarant’anni fa, nel 1986, una pacifica rivoluzione popolare depose nelle Filippine il dittatore Ferdinando Marcos sr, riavviando nel Paese la stagione democratica iniziata nel 1946, con l’indipendenza post bellica, che aveva subito una violenta battuta d’arresto.

Oggi fare memoria di quell’evento è una preziosa fonte di ispirazione per un vasto movimento della società civile, mentre al palazzo presidenziale di Manila c’è Ferdinando Marcos jr, figlio del dittatore, al governo di un Paese attraversato da uno dei più gravi scandali di corruzione della sua storia.

La rivoluzione popolare del febbraio 1986 ebbe come teatro la Epifanio Del los Santos Avenue (con un acronimo: Edsa) una delle arterie principali di Manila.

Su quella strada milioni di persone marciarono disarmate, cantando e pregando, costringendo il dittatore alla fuga, mentre l’esercito deponeva le armi: dopo decenni di repressione violenta delle libertà fondamentali, uccisioni degli oppositori politici (come il senatore Benigno Aquino: il suo omicidio fu la scintilla che generò protesta), dopo anni di “legge marziale” e di patenti abusi dei diritti umani, la lotta per la democrazia ebbe successo senza spargimento di sangue.

Sull’Edsa oggi un memoriale che ricorda quello storico evento: un monumento e una cappella cattolica tengono vivo il ricordo di quel glorioso passato, che ha tanto da dire al presente.

Ripulire la storia dalle fake news

Daniel Pilario, teologo vincenziano che, da giovane seminarista, ha vissuto da protagonista l’evento del 1986, evidenzia per Popoli e Missione l’urgenza di «educare le generazioni successive su ciò che accadde durante gli anni della legge marziale con tutte le sue atrocità».

Perchè «la perdita della memoria può avere tragiche conseguenze di carattere sociale e politico: alcuni cercano di riscrivere la storia di ieri per costruire le fortune dei politici di oggi».

Il religioso segnala il pericolo del “revisionismo storico” in quanto oggi «è facile ritrovare nei social media narrazioni manipolate che, con un verità costruita ad arte, rappresentano gli anni del regime come anni luminosi nella storia delle Filippine».

Conferma Nirvana De la Cruz, educatrice che lavora a Manila: «Molti giovani non sanno come verificare i fatti o si lasciano semplicemente trasportare dall’idea, allettante e trionfalista, di rendere di nuovo grandi le Filippine».

Per questo, proprio sull’Edsa si è riunito e ha preso forma un vasto e articolato movimento che stigmatizza la corruzione, in una campagna incentrata sulla “questione morale” e per questo animata da esponenti della Chiesa cattolica in una nazione che, con il 90% di battezzati su oltre 100 milioni di abitanti, è definita «il polmone cattolico d’Asia».

Il forum Church leaders Council for national transformation ha radunato movimenti, associazioni, sindacati, collettivi studenteschi per protestare contro l’ampia malversazione di fondi destinati a progetti per prevenire e mitigare i disastri climatici che annualmente sferzano la nazione.

Lo scandalo è esploso pubblicamente per le gravi anomalie segnalate, come lavori incompleti e “progetti fantasma”, cioè finanziati e mai realizzati.

Mentre le Filippine erano attraversate da cicloni e alluvioni, con impatto devastante sulle popolazioni più esposte e vulnerabili in diverse aree del Paese, il malcontento pubblico è cresciuto.

La questione, incentrata sull’uso improprio di circa 118 miliardi di pesos da parte del Ministero dei lavori pubblici negli ultimi tre anni, ha provocato una valanga di rivelazioni e dimissioni.

I fondi stanziati per mitigare l’impatto delle inondazioni si sono dispersi in un sistema corrotto di appaltatori, legislatori e funzionari statali.

Alla conseguente sollevazione popolare si è unita la Chiesa filippina con tutti i suoi esponenti, a livello locale e nazionale.

I governanti – hanno rimarcato i leader cattolici -, devono ricordare che sono servitori del popolo e del bene comune.

«E’ un battaglia di etica della responsabilità che continueremo a portare avanti, per tutelare il futuro dei nostri giovani», ha scritto il forum ecclesiale.

La memoria della rivoluzione dell’Edsa, in tal modo, non viene dispersa e torna a essere un serbatoio di valori e di coscienza nazionale.