A 1.300 metri, ai piedi del Namùli, montagna sacra per le popolazioni di lingua elomwe e makwa, c’è una terra che ai miei occhi oggi è un angolo di paradiso.
Mi trovo in Mozambico, in un viaggio che sto compiendo dopo aver partecipato all’incontro dei missionari italiani che operano in questo Paese africano, appuntamento organizzato dalla Fondazione Missio nel gennaio scorso.
Qui la terra è particolarmente fertile. La gente sana.
Si vive in estrema semplicità, di una economia agricola e faticosa, ma il cibo non manca. C’è abbondanza di acqua. Il posto è meraviglioso.
Difficilmente raggiungibile in auto. La montagna Namùli è circondata da un senso di rispetto, di mistero e tante leggende.
È la sede degli spiriti degli antenati. La domenica le donne vestono in modo elegante, con colori vivacissimi.
Anche gli uomini e i ragazzi partecipano tutti alle attività della comunità.
Non c’è propriamente un centro del paese, ma la cappella che ospita più di 300 persone diventa il luogo di incontro settimanale per queste famiglie, quasi tutte cattoliche, che si riuniscono per la celebrazione, senza il prete ma con molti responsabili attivi per le diverse mansioni.
Dopo la messa si sta insieme.
Attorno alla montagna sacra più di 30 comunità, a volte lontane decine di chilometri. Oggi è presente anche la regina di questo popolo, una donna semplice, piccolina.
Estremamente rispettata e garanzia di unità per una comunità vivace e coesa. Cosa ci fa qui un missionario italiano? Accompagna. Incontra le famiglie. Visita le comunità. Predica nella loro lingua. Uomo tra gli uomini, anche se visibilmente bianco e straniero.
La gente gli vuole bene. Il vescovo lo appoggia. Si va strutturando una parrocchia che è già ministeriale.
Un contesto semplicemente bello. Sano.
Per chi vuole mettersi a servizio, da fare ce n’è sempre e ovunque. Questo è davvero un bel luogo di missione!
Nelle Filippine c’è chi fa da ponte
Quello che scrivo dalle Filippine – dove nello scorso febbraio si è svolto l’incontro dei missionari italiani che operano in questo Paese – non vuole essere un resoconto di viaggio.
Solo qualche parola a margine di quanto vedo e ascolto andando ad incontrare i missionari nei loro luoghi di servizio.
A Zamboanga, nell’estremo Sud delle Filippine, la maggioranza della popolazione è musulmana e sono molte le famiglie indonesiane immigrate qui da altre isole per diversi motivi.
Quest’anno ci ritroviamo a celebrare in soli due giorni tre momenti davvero importanti:
- il Capodanno cinese: con la numerosa comunità dei cattolici immigrati, la messa di primo mattino a cui partecipiamo e poi le danze per l’inizio dell’anno del “cavallo di fuoco”;
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l’inizio del Ramadan: anche qui il digiuno quotidiano prepara la festa di ogni sera del ritrovarsi e camminare insieme nella fede; la vita di Zamboanga è scandita dai richiami quotidiani delle moschee alla preghiera;
- l’inizio della Quaresima per i cattolici: la partecipazione massiva alle messe si vede poi per il marcato segno di croce con cenere nera e umida che le persone portano pubblicamente in fronte fino a sera.
A Zamboanga visito il Silsilah, nota esperienza di formazione condivisa e di dialogo interreligioso tra islam e cristianesimo, promossa da 50 anni dal Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) di Milano.
A Cagayan de Oro ho la possibilità di confrontarmi con padre Enrique, peruano, dei missionari di San Columbano.
Quando nel 2018 molti musulmani sono scappati dal radicalismo islamico scatenato in Mindanao nella città di Marawi, sono stati accolti a Cagayan anche dalla comunità cattolica.
Mi racconta di musulmani e cattolici buoni vicini di casa: oggi, reciprocamente, è normale che i cristiani facciano omaggi nelle sere di Ramadan condividendo la preparazione della cena, e che i musulmani vengano a portare regali per Pasqua o Natale, condividendo la cena, ospiti nelle case cattoliche con un cibo preparato a parte per loro dai fratelli cristiani.
E anche quando passa la processione cattolica davanti alla moschea, per rispetto i musulmani spengono i loro altoparlanti. Piccole cose, e non è così ovunque (nemmeno qui), ma quando si incontrano queste storie è bene raccontarle.
Sento di dover entrare sempre con profondo rispetto nella cultura e nella religione dell’altro, ringraziando chi mi aiuta a comprendere, chiedendo che qualcuno si faccia “ponte”, tra mondi diversi, abitati, per la nostra fede, dallo stesso Spirito che ci precede e ci permetterà di capirci.
La migrazione non è solo quella verso l’Europa. In altri contesti abbiamo possibilità di imparare e confrontarci.
Infine visito Dumaguete City, dove si trova una piccola comunità religiosa in cui si parlano quattro lingue.
Sempre serve qualcuno che faccia da ponte e aiuti a capirsi. Mi confermo che è una sfida da tornare a raccogliere anche nelle nostre comunità. Ed è possibile…

