Nell’isola caraibica di Haiti, ancora nelle mani delle gang armate, «vige oggi una calma solo apparente».
Non è possibile dirsi al sicuro nel Paese massacrato da anni di lotte interne: «Haiti si regge su una fragilità estrema, c’è un rischio continuo di attacchi e l’accesso alla salute non è garantito.
Migliaia di famiglie con madri e bambini sono sfollati interni».
A nord della capitale, nell’area chiamata Plaine du Cul-de-Sac si sono registrati anche recentemente scontri tra tre gruppi armati che si contendono il territorio.
Mentre un paio di settimane fa è stata la volta delle zone rurali di Petite-Riviere, nel dipartimento di Artibonite.
Tuttavia la Chiesa prosegue la sua opera di assistenza:
«grazie al sostegno di Caritas e a diversi donatori esteri, abbiamo cercato di investire in 8 diocesi con il programma ‘Wash’ (acronimo di water, sanitation, health, ossia acqua, igiene e salute ndr.) che rappresenta la base stessa del sistema sanitario di Haiti, poichè senza acqua non si può neanche pensare di partorire».
A tracciare un quadro critico dell’attuale condizione umanitaria nell’isola dei Caraibi è padre Yvel Germain, di Caritas Haiti, che vive ed opera a Port Au-Prince.
Lo abbiamo incontrato a Roma nell’ambito del Convegno internazionale ‘Committed to clean water in health facilities’, organizzato dalla Caritas e in corso fino a domani presso la Curia dei Gesuiti, dove oltre 100 leader religiosi, esperti sanitari e operatori si confrontano sui programmi di acqua, igiene e salute.
«Viviamo nell’insicurezza, c’è una parvenza di pace», ci ripete. E soprattutto «se è vero che esistono le infrastrutture sanitarie – ci spiega – la loro durata è minacciata».
«E’ necessario rafforzare ed estendere tutto quello che ancora c’è – precisa il sacerdote – E’ necessario garantire una retribuzione al personale che lavora; ad Haiti la manutenzione e il lavoro sono sempre a rischio, questo fa parte della fragilità del sistema».
Il sacerdote parla anche delle donne haitiane che per partorire passano il confine per essere ricoverate negli ospedali della vicina Repubblica Domenicana, ma grazie al sistema Wash iniziano a fidarsi delle strutture sanitarie locali.
Nell’isola le persone e le strutture «vanno costantemente protette» aggiunge ancora padre Yve, facendoci intendere che la debolezza non è solo data dal rischio costante di rapimenti e attacchi armati, ma anche dalla fragilità quotidiana.
Poichè non è detto che ciò che oggi resiste, sarà ancora in piedi domani.
«Il personale riceve remunerazioni che non sono stabili, non c’è continuità».
E tuttavia grazie a questi programmi di water sanitation messi a punto dalle Caritas, finanziati dal Dicastero per lo sviluppo umano, realizzati sul campo da realtà locali, è possibile migliorare le condizioni di vita delle persone, ad Haiti come nello Zimbabwe; in Kenya, Burkina Faso, nelle Filippine, in Eritrea.
In 60 Paesi del mondo, il 37% delle strutture sanitarie è privo di servizi idrici di base e l’81% non dispone di servizi igienico-sanitari adeguati: questo aumenta il rischio di infezioni, mortalità materna e infantile e malattie prevenibili.
«Esiste una consapevolezza, diffusa e quasi istintiva, del nesso tra acqua e salute – ha scritto Tebaldo Vinciguerra, del Dicastero per lo Sviluppo umano del Vaticano –
Senza potersi fare la doccia, senza poter pulire casa e senza fare il bucato né sciacquare o bollire alimenti, la salute è messa a repentaglio.
Abbiniamo facilmente l’acqua alle esigenze igieniche».
Il link al Convegno: https://www.caritas.org/press-release/committed-to-clean-water-in-health-facilities/

