Un lento ritorno alla normalità (non alla normalizzazione della guerra però!), nonostante il disfacimento del Sudan e il rischio divisione del Paese che resta tra le incognite più spaventose.
I missionari comboniani ce la stanno mettendo tutta per ripartire, almeno ad Omdurman, dove le armi non arrivano e i combattimenti tra i due eserciti rivali sembrano lontani.
«Quando vedi una foresta da lontano, ti sembra impenetrabile.
Solo quando ti avvicini scopri che c’è un passaggio».
Così Tairab descrive la riapertura della scuola dei Comboniani a Omdurman, città gemella di Khartoum sulla sponda Ovest del Nilo.
Tutti gli dicevano: «Lascia stare, è troppo presto per tornare a Khartoum…» eppure lui è partito.
Lasciando al Cairo moglie e figli, è tornato nella “sua” parrocchia di Masalma. E ha aperto la strada al rientro dei missionari Comboniani.
Ha radunato una decina di maestre – cristiane e musulmane – e ha accolto 120 bambini e bambine.
Dove una volta c’erano 2.000 studenti, adesso c’è uno sparuto “resto di Giacobbe”.
Ma la speranza è come il granello di senape: parte piccolo, ma sogna in grande.
«Non vogliamo soldi – dicono con fierezza le maestre – ci basta lavorare e sapere che i nostri bambini vanno a scuola».
Sette milioni di bambini in Sudan, l’80% del totale, non vanno più a scuola da quando la guerra è scoppiata, nell’aprile del 2023.
Per molti altri il ritorno a Khartoum, o ad una vita normale, sarà ancora lungo.
Ma questi bambini intanto aprono la strada alla speranza.

«A settembre – ci racconta padre Gigi Codianni, superiore generale dei Comboniani – gli studenti si sono presentati con le loro vecchie uniformi, un po’ sgualcite dal tempo, ma con una voglia di tornare alla loro scuola, una voglia che neppure la violenza delle armi è riuscita a scalfire.
Per molti altri il ritorno a Khartoum, o ad una vita normale, sarà ancora lungo. Ma questi intanto aprono la strada».
Il Sudan, pur massacrato, cerca di ricostruire laddove le armi tacciono: adesso la diplomazia dovrebbe agire sul resto del Paese ancora sotto il fuoco di una guerra voluta dai militari, che da tre anni mettono nell’angolo i civili, decimando il popolo.

