«E’ molto importante sfilarsi da un sistema economico-finanziario complesso che sta di fatto contribuendo alla distruzione del popolo palestinese e che ambisce alle sue risorse».
Lo dice a Popoli e Missione padre Dario Bossi, comboniano, coordinatore della neo-nata piattaforma della Chiesa cattolica transnazionale per il disinvestimento dall’industria mineraria.
Il riferimento del missionario è alla notizia che la multinazionale Eni si è ufficialmente ritirata dal consorzio a tre, da lei guidato, per l’esplorazione del gas nelle acque palestinesi di Gaza.
Le altre due, che restano tuttora attive nell’affaire sono l’anglo-coreana Dana Petroleum e l’israeliana Ratio Energies.
«Oggi celebriamo il ritiro di Eni e dell’Italia dal Consorzio che aveva vinto le licenze esplorative nel mare di Gaza il 29 ottobre 2023», dice padre Dario.
«E’ un giorno di celebrazioni ma anche occasione per rinnovare l’impegno dei nostri investimenti etici, per fare pressione sulle imprese e gli Stati che violano i diritti umani e l’ambiente».
Secondo padre Dario «boicottaggio e ritiro da fondi non etici sono strumenti strategici a servizio della società».
Sappiamo bene, ha spiegato, che Eni, «aveva ottenuto da Israele licenze di esplorazione in aree di competenza palestinese e questo è strettamente vincolato ad imprese energetiche israeliane che stanno sfruttando risorse nei territori palestinesi».
Il comboniano ricorda che «da mesi c’erano pressioni (da parte degli attivisti italiani di ReCommon ndr.) su Eni, parte di un consorzio a tre per esplorare ed eventualmente esportare il gas dalle acque di Gaza».
Entrando più nel dettaglio di questa vicenda: il 29 ottobre 2023 il consorzio guidato da Eni, in pieno genocidio, aveva vinto gare d’appalto per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo; il 62% delle quali nella Zona economica esclusiva palestinese.
A guerra avviata e con un bilancio di migliaia di civili palestinesi uccisi, la multinazionale italiana, controllata al 31% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Cassa Depositi e Prestiti, partecipava ad una “gara” di fatto illegale. E la vinceva.
Parallelamente andava avanti un’altra alleanza societaria equivoca: quella con la britannica Ithaca Energy.
Nell’aprile del 2024 Eni avvia e completa l’acquisizione del 38,7% dell’azienda inglese che estrae petrolio nel Mare del Nord.
Ithaca Energy è posseduta a maggioranza dal gruppo Delek, una delle più grandi società energetiche di Israele, inserita nella black list delle Nazioni Unite.
Rifornisce infatti di benzina e gasolio le forze armate israeliane e attraverso una sua controllata gestisce stazioni e minimarket all’interno delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
Da dicembre ad oggi era calato il silenzio su quella gara, eccetto che per le parole inviate da Eni in un comunicato alla Rai, dopo un servizio della trasmissione Report e le dichiarazioni rilasciate dagli attivisti di Re Common.
«ENI ha diffidato ReCommon in merito alle dichiarazioni rese dalla nostra campaigner Eva Pastorelli alla trasmissione Report – scrive oggi ReCommon in una nota – e all’articolo che ha fatto seguito all’andata in onda del programma in cui di fatto prendevamo atto con soddisfazione della rinuncia da parte del Cane a sei zampe a svolgere attività nell’area».

