«Esprimiamo il nostro più profondo e addolorato cordoglio per l’uccisione di padre Pierre Al-Rahi, parroco di San Giorgio a Qlayaa, nel sud del Libano, strappato alla sua terra e alla sua gente il 9 marzo da un attacco dell’esercito israeliano».
Così la rete internazionale dei “preti contro il genocodio”, sacerdoti impegnati nella denuncia della pulizia etnica.
«La nostra vicinanza va alla comunità cristiana del Sud del Libano, ferita da una violenza che il Cardinale Zuppi ha giustamente definito “cinica e insensata”», scrivono.
«Padre Pierre non è morto per un tragico errore, ma mentre esercitava il più alto mandato evangelico: il soccorso del prossimo.
Dopo un primo colpo sparato da un carro armato contro un’abitazione, il sacerdote è accorso insieme ad alcuni giovani per aiutare i feriti.
È stato allora che un secondo tiro lo ha colpito mortalmente».
La rete invita tutte «le comunità a unirsi alla Giornata di preghiera e digiuno del 13 marzo.
Le nostre uniche armi rimangono “la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione”, come disse lo stesso padre Pierre poco prima di morire».
Preti contro il genocidio si batte per far luce sulla “criminale impunità”: «le atrocità commesse in Libano sono la continuazione della carneficina che sta martoriando la Palestina», dicono.
«L’attuale governo israeliano che ordina ed esegue questi attacchi contro civili, bambini e ministri di Dio deve rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia internazionale».
Il rischio di annessione e la sparizione dei villaggi a sud del fiume Litani, la distruzione sistematica di uliveti — oltre 5.000 piante bruciate nel 2024 — e delle abitazioni civili risponde a una logica di “terra bruciata” che mira a espellere i popoli dalla loro storia».

