Elisabetta Vitali: “la Palestina ci risveglia, come il martirio reattivo di interi popoli”

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 Non ci sono solo uomini e donne martiri della fede in quanto singole persone disposte a morire pur di testimoniare la verità. Ma anche interi popoli oggi al centro della testimonianza evangelica. Ce li racconta la segretaria di Missio Giovani, Elisabetta Vitali.

È un’altra forma di martirio e dunque di testimonianza: è un esempio paradigmatico di come si possa non cedere collettivamente al sopruso e alla violenza dei potenti.

Una resistenza cristiana e di fede; che funge da monito affinchè anche la nostra fede possa crescere in spessore e qualità.

Parliamo del martirio di interi popoli che oggi resistono, rispondendo pacificamente e tenacemente, come un solo uomo e un’unica anima, all’apartheid, alle privazioni, alle demolizioni, agli attacchi armati.

Ce ne parla la segretaria di Missio Giovani, Elisabetta Vitali, che ne ha fatta esperienza diretta durante i suoi viaggi missionari con la Fondazione e ha potuto ascoltare la viva voce di chi sostiene un continuo stillicidio di violenze, ma risponde con coraggio evangelico.

«A noi come Chiesa questa forma di martirio può davvero risvegliarci! – dice Vitali –  Ci aiuta a prendere atto di cosa davvero conta; ad avere consapevolezza del nocciolo della fede e a ritornare all’essenziale dell’essere cristiani».

Ma di cosa parliamo nel dettaglio?

«E’ vero che nella Giornata dei Missionari Martiri ricordiamo singoli uomini e donne che hanno dato la vita per il servizio missionario, a partire da monsignor Oscar Romero, ma è anche vero che oggi (e sempre) ci sono interi popoli che hanno un unico respiro.

E accettano il martirio da protagonisti del vangelo».

Spiega Elisabetta che «un popolo è fatto di persone e queste persone ricercano sempre una vita serena e vivibile, eppure spesso devono inseguirla in contesti di ingiustizia, soprusi e guerra».

È qui che si mette alla prova l’essere testimoni di Gesù.

Elisabetta ricorda ad esempio uno dei suoi ultimi viaggi nelle Filippine, dove peraltro Missio Giovani porterà un gruppo di ragazzi questa estate.

«Proprio in uno degli slum di Manila più precisamente a Tondo – spiega – la cosa che mi ha colpito più è stata la perseveranza della gente e una collettiva resistenza agli espropri e alle demolizioni».

Tondo è una baraccopoli-palafitta: «qui i missionari ci hanno raccontato che un anno prima criminali e affaristi avevano dato fuoco alla baraccopoli».

La modalità è stata atroce, oltre ogni immaginazione: «hanno prima dato fuoco a dei gatti, lasciandoli scorrazzare come torce vive in tutto lo slum abitato.

Sono morte delle persone, le loro case e baracche sono finite in cenere e tutto questo per poterla sgombrare e far spazio ai magazzini del porto.

Come se gli esseri umani e anche gli animali, non contassero niente, come fossero rifiuti da incendiare».

Ma la cosa più sorprendente, e qui sta la forza della testimonianza pur nel martirio è che «in un anno queste persone hanno ricostruito lì le loro case!

Non se ne sono andate, perseverano, non si arrendono di fronte all’ingiustizia».

Elisabetta Vitali si interroga sul significato dell’essere cristiani oggi, in modo incarnato: «non tanto nelle forme dei nostri clericalismi quanto nel cuore dell’insegnamento di Gesù».

 

«Cosa dicono questi popoli, a noi cattolici al sicuro nelle nostre case del Nord globale, che facciamo discorsi sulle minuzie e sui dettagli della forma, mentre dall’altra parte del globo si è in prima linea?», si domanda.

«Ci sono intere comunità che non solo “per odium fidei” (anche se questo accade eccome!), vivono veramente da cristiani anche senza esserlo, perché si trovano in contesti impossibili e non cedono».

È lì che noi dobbiamo stare: dalla loro parte, accanto alle loro battaglie. «Il loro esempio ci può risvegliare – ripete – Come ci sta ridestando la Palestina.

Ricordo il viaggio a Betlemme e Gerusalemme di qualche anno fa: c’erano militari ovunque e io pensavo: “siamo coetanei ma perché tu stai con un fucile in mano?”.

A Gerusalemme eravamo al muro del pianto, negli stretti vicoli di Betlemme circondata dal Muro di separazione, avevamo la netta percezione di una città che non può respirare, strozzata e messa in condizioni di povertà. Eppure quella è la città dove è nato Gesù». Il cristiano dovrebbe rifiutare quel martirio.

Oggi naturalmente a Gaza e in Cisgiordania tutto è precipitato, il genocidio sta demolendo ciò che resta della Terra Santa: «E di fronte a tutto questo mi chiedo: cosa facciamo noi? Rievochiamo il passato o guardiamo anche il presente?

Cosa è fondamentale nella fede e nella nostra società? Chi è il martire? Cosa dice oggi a noi?».

Domande che trovano risposta solo nella vicinanza e nella condivisione del dolore.