Il Burundi, povero e sotto ‘climate change’ affronta (anche) l’emergenza rifugiati dal Congo

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Le condizioni di vita drammatiche nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, le vie di comunicazione interrotte; la guerriglia tra milizie armate che non termina e la distruzione dei villaggi del Kivu, sono tra i motivi che hanno spinto migliaia di congolesi a rifugiarsi nel confinante Burundi.

Qui la vita è dura e apparentemente senza speranza: l’Unhcr nel suo ultimo report parla di 166mila nuovi arrivi dal Kivu, che avranno bisogno di assistenza, e che saranno accolti equamente da Burundi, Ruanda e Tanzania.

Per far fronte all’emergenza di sfollati dalla Repubblica Democratica del Congo, servono 47,2 milioni di dollari da qui alla fine di marzo 2026, come prevede l’Agenzia Onu. (qui)

 Ma soprattutto il costo di questa guerra per l’accaparramento delle miniere di coltan, oro e cobalto del Congo, ricade sui Paesi confinanti che accolgono: Burundi in primis, ma anche l’Uganda, troppo poveri per poter sostenere un tale carico di rifugiati.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, non riesce a sostenerne l’onere: sta cercando di raccogliere 47,2 milioni di dollari nei prossimi quattro mesi per assistere 500mila sfollati interni nella RDC e fino a 166mila rifugiati in Burundi, Rwanda e altri paesi limitrofi verso i quali i congolesi potrebbero fuggire.

A questo si aggiungono i problemi interni pregressi che affliggono soprattutto il Burundi.

Solo durante l’ultima settimana di gennaio più di 47mila persone in Burundi sono state colpite da eventi atmosferici anomali che hanno provocato il tragico sfollamento di oltre 1380 persone.

Venti violenti, piogge torrenziali e persino grandine, hanno devastato diverse località del Paese lasciando centinaia di famiglie senza casa e senza riparo.

Ad attestarlo sono i dati del Displacement Tracking Matrix (DTM), uno strumento impeccabile dello Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Il tasso di povertà in Burundi è tra i più alti della regione dei Grandi laghi, in Africa, e i cambiamenti climatici sono diventati un’aggravante non indifferente della povertà strutturale.

Tra le province più colpite, dice il Tracking Matrix, stavolta ci sono quelle di Burunga, Buhumuza, Gitega, Butanyerera e alcune aree di Bujumbura.

E’ anche questo il costo della guerra infinita tra Ruanda e Congo – combattuta da milizie armate ribelli, esercito regolare e wazalendo partigiani – che ricade in realtà sull’intera comunità internazionale tramite l’Onu.

È il nonsense delle guerre africane: provocate dalla corsa neo-coloniale alle terre rare e ai minerali preziosi (che servono ad alimentare la new economy del Nord globale); combattute sul campo da milizie armate e Paesi limitrofi, subite da centinaia di migliaia di civili vittime di bombe e fame.

A tutto vantaggio finale del Nord globale – Stati Uniti in primis – che ne escono arricchiti e persino mediatori di negoziati cosiddetti di pace.