Free Marwan Barghouti, Mandela di Palestina (e giustizia per tutti i detenuti)

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«Se si tace rispetto alle umiliazioni, alle torture, alle violenze sessuali subite dai detenuti; sul tentativo di privare i prigionieri palestinesi della dignità, dei loro vestiti, del cibo, della salute, le conseguenze saranno per tutti.

Se Israele non paga vedremo le stesse cose accadere altrove: tutto ciò influenzerà altri sistemi carcerari.

Perchè è qualcosa che non riguarda solo noi palestinesi, non ha a che fare solo con la Palestina».

L’impunità rende possibile altra impunità.

Fadwa Barghouti, avvocato e moglie di Marwan Barghouti, intellettuale e leader politico palestinese, nelle carceri israeliane dal 2002, lo ha detto molto chiaramente stamani davanti alla Commissione Esteri della Camera dei deputati a Roma.

La lotta per la giustizia è universale.

E lo aveva espresso anche ieri, nella sede del Parlamento europeo a piazza Venezia, in un incontro aperto, ospitato dall’eurodeputato Mimmo Lucano.

«Le condizioni di vita di Marwan Barghouti (in detenzione illegale da 24 anni ndr.) e degli altri prigionieri palestinesi sono nettamente peggiorate dal 7 Ottobre in poi – ha spiegato Fadwa Barghouti – : in due anni ha subito sette aggressioni fisiche ogni volta che è stato trasferito da un luogo di detenzione ad un altro ed è in cella di isolamento dal 7 ottobre.

Il suo avvocato- israeliano (perchè non possiamo avere un avvocato palestinese) l’ultima volta che lo ha incontrato è uscito dal colloquio stupito per il suo coraggio ma lo ha trovato dimagrito di 12 kg».

Fadwa stessa dice di non averlo riconosciuto in una delle ultime foto mostratele dal legale.

La preoccupazione di Barghouti tuttavia «non è per sé stesso – conferma sua moglie – è per i 9.350 prigionieri palestinesi attualmente dietro le sbarre», molti dei quali minorenni e 4781 ancora in attesa di processo.

Secondo i dati diffusi dal Centro di informazione israeliano per i diritti umani B’tselem nel report “Welcome to Hell” ci sono 53 donne nelle carceri di Israele, di cui due minorenni, e 350 minori, molti nelle carceri di Megiddo e Ofer. «I bambini vengono abusati e seviziati senza ritegno», dicono i testimoni.

«Marwan non viene liberato perchè è un simbolo di unità e di speranza per tutti i palestinesi – ribadisce sua moglie – e Israele vuole invece dividerci».

Barghouti è un’icona, un eroe, un simbolo insostituibile in Palestina.

«Politico, prigioniero e professore in catene parla al popolo come se fosse già libero», ha scritto di lui il penalista Rolando Dubini.

L’accostamento di Barghouti a Nelson Mandela è quanto mai appropriato secondo gli attivisti e i promotori del Comitato per la sua liberazione: Mandela riuscì a riunire il popolo sudafricano; Barghouti (che si è sempre professato innocente) è l’unico leader in grado di unire i palestinesi.

«Per Marwan l’unità nazionale è una conditio sine qua non per la fine dell’occupazione», precisa sua moglie.

Tuttavia serve sensibilizzare i governi «affinchè prendano finalmente una posizione in favore del diritto».

Il Comitato Free Marwan Barghouti ha lo scopo di fare pressione sui nostri parlamentari e sul governo: chiede tra l’altro la chiusura dei centri di tortura israeliani e il rispetto della Terza e Quarta Convenzione di Ginevra (1949), nonchè del diritto internazionale umanitario.

L’eurodeputato Leoluca Orlando (che da sindaco di Palermo nel 2014 concesse la cittadinanza onoraria a Barghouti) intervenuto da remoto all’incontro di ieri nella sede del parlamento europeo, ha parlato di «logiche sovraniste» in Europa e ha ammesso: «scusate se non riusciamo a fare tutto quello che vorremmo».

Laura Boldrini e Lia Quartapelle nell’audizione di oggi alla Commissione Esteri della Camera hanno espresso sgomento e un senso di impotenza. 

«Bisogna tradurre questa mobilitazione in piani d’azione concreti per una pace giusta in Palestina e delle vere trattative, perché altrimenti quest’area del mondo resterà sempre scoperta e il fuoco sarà impossibile da spegnere», dice Fadwa Barghouti in riferimento alla fine dell’occupazione militare in Cisgiordania e a Gaza.

«E non è bontà, è giustizia», ha ammesso ieri l’eurodeputata Cecilia Strada, intervenuta da remoto all’incontro nella sede del Parlamento europeo a Roma.

«All’inizio avevo scambiato il silenzio dell’Europa per indifferenza – dice – E invece non era indifferenza era complicità».

«Lo dobbiamo a noi stessi -ancora Strada – In gioco è il mondo come lo abbiamo inteso. Difendere la Palestina è difendere noi stessi».