Non dimentichiamo Haiti: “fermate il sangue che scorre”

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«La gente è allo stremo e chiede aiuto. Autorità, ascoltatela ed agite di conseguenza, la situazione è grave!

Fate tutto il possibile per fermare il sangue che scorre nel Paese».

Questo aveva denunciato il 62enne arcivescovo di Port-au-Prince, Max Leroy Mésidor dopo l’ennesimo massacro nel martoriato dipartimento dell’Artibonite, nel Nord ovest di Haiti il 3 ottobre scorso, nel comune di Pont-Sondé.

«Tutta Haiti è malata e l’intero Paese soffre da molto tempo, ma i dipartimenti dell’Ovest (quello della capitale Port-au-Prince, controllato per l’85% dalle gang) e dell’Artibonite, i due più grandi del Paese stanno peggio», denunciava l’arcivescovo di Port-au-Prince, che da novembre presiede anche la Conferenza episcopale di Haiti.

Purtroppo entrambi gli appelli sono caduti nel vuoto e la notte del 26 ottobre è stata attaccata dalle gang la casa delle Missionarie della Carità nella capitale Port-au-Prince.

Dopo avere saccheggiato la struttura, i criminali hanno dato tutto alle fiamme anche se, fortunatamente, nessuna suora è rimasta ferita.

A fine settembre la polizia aveva chiesto alle religiose dell’ordine fondato da Madre Teresa di lasciare la zona e di chiudere la loro casa, poiché gli scontri con le bande stavano diventando pericolosi per le loro stesse vite, ma loro avevano resistito, per assistere poveri e ammalati.

È la prima volta che le Missionarie della Carità sono attaccate direttamente ad Haiti, dove sostenevano circa 30mila persone ogni anno con aiuti alimentari, assistenza di ogni tipo, interventi chirurgici e cure mediche.

Le suore, che mai prima d’ora avevano dovuto lasciare la loro casa aperta personalmente da santa Madre Teresa nel 1979, sono state trasferite nell’altra comunità che hanno ad Haiti.

«Accoglievano e curavano gratuitamente migliaia di malati ogni anno, in particolare anche questi banditi e i loro parenti che le hanno prese di mira», ha comunicato al Sir la Conferenza haitiana dei religiosi, aggiungendo che «distruggere la loro residenza e l’ospedale significa distruggere le persone più povere» e chiedendo «a tutti coloro che detengono l’autorità dello Stato ad Haiti di assumersi le loro responsabilità e che si ponga fine al lutto, all’ingiustizia e alla cattiveria nel Paese».

 La violenza ad Haiti ha radici antiche, ma non aveva mai raggiunto i livelli attuali.

Sono infatti decine le gang che possono contare su almeno 20mila membri armati e si si stanno espandendo ogni giorno sempre di più sul territorio. Tra questi, quasi la metà sono minorenni, molte volte bambini, come ha denunciato a fine novembre l’Unicef.

Un aumento del 70% tra il secondo trimestre del 2023 e quello del 2024.

«I bambini di Haiti sono intrappolati in un circolo vizioso: sono reclutati dagli stessi gruppi armati che alimentano la loro disperazione, e il loro numero continua a crescere», ha denunciato Catherine Russell, direttore generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia.

Quando il primo contingente della polizia keniota era arrivato ad Haiti il 25 giugno scorso come parte di una missione sostenuta dalle Nazioni Unite per affrontare la crescente violenza delle bande, le speranze erano alte.

Purtroppo invece, da allora, la crisi è peggiorata.

Il principale aeroporto del Paese è stato chiuso dopo che le gang hanno aperto il fuoco sui voli commerciali, a metà novembre.

Uomini armati hanno cominciato ad attaccare anche le ultime comunità un tempo pacifiche per prendere il controllo dell’intera capitale, approfittando delle lotte politiche interne.

Il governo continua ad essere molto debole, per usare un eufemismo, non c’è un presidente dall’uccisione di Jovenel Moïse nel luglio del 2021, le ultime elezioni per il Parlamento risalgono al 2016 e la missione sostenuta dall’Onu per aiutare la polizia di Haiti manca di fondi e personale.

In questo contesto drammatico dove le gang controllano ormai l’85% della capitale, anche Medici Senza Frontiere (Msf) ha annunciato la sospensione delle cure a Port-au-Prince, accusando la polizia di aver preso di mira il suo personale e i suoi pazienti anche con minacce di stupro e di morte.

Come per le Missionarie della Carità, è la prima volta che il gruppo umanitario smette di lavorare con i feriti da quando ha iniziato a operare ad Haiti, oltre 30 anni fa. «Ogni giorno in cui non possiamo riprendere le attività è una tragedia poiché siamo uno dei pochi fornitori di una vasta gamma di servizi medici che sono rimasti aperti durante quest’anno estremamente difficile» ha dichiarato Christophe Garnier, il direttore di Msf Haiti.

«Nell’attuale vuoto politico-istituzionale, le bande usano la violenza come arma per esercitare pressione sul sistema» dettaglia un rapporto di fine novembre della Global Initiative Against Transnational Organized Crime, descrivendo come il Paese si trovi intrappolato tra l’escalation della violenza e la paralisi politica, con i gruppi criminali che ne approfittano per espandere i territori sotto il loro controllo.

Responsabile principale della violenza è l’ex poliziotto Jimmy “Barbecue” Cherizier, che guida una coalizione di bande, Vivre Ensemble con cui ha organizzato prima la rivolta che a marzo aveva portato alle dimissioni dell’allora primo ministro Ariel Henry e, dal 10 novembre, è ritornato a mettere a ferro e fuoco Port-au-Prince, dopo l’estromissione del primo ministro Garry Conille da parte del Consiglio di transizione presidenziale.

Intervistato lo scorso 12 novembre da uno youtuber canadese, Barbecue si è difeso dicendo che «è normale che ti facciano sembrare un mostro quando denunci un sistema corrotto, quando chiedi acqua, ospedali e scuole gratuite per tutti. Il sistema di Haiti fa schifo ed è corrotto».

Con Barbecue al comando delle gang, i combattimenti tra gruppi criminali ad Haiti sono diminuiti nel 2024 ma sono drammaticamente aumentati gli attacchi contro i civili, compreso l’uso sempre più diffuso di quelli che l’ultimo rapporto dell’Ong Human Rights Watch definisce «orribili abusi sessuali» perché «lo Stato di diritto è così distrutto che i membri dei gruppi criminali stuprano ragazze e donne senza temere conseguenze».

Solo a Port-au-Prince, oggi 1,2 milioni di minori vivono sotto la minaccia della violenza armata mentre oltre 703mila sfollati interni, tra cui 365.000 bambini, si trovano nella capitale in condizioni terribili.

«I bambini in molte parti di Haiti sono soggetti ad atrocità che nessuno dovrebbe mai sperimentare, lasciandoli con cicatrici psicologiche ed emotive che potrebbero perseguitarli per tutta la vita» ha detto la direttrice esecutiva dell’Unicef.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) l’escalation della violenza a Port-au-Prince tra l’11 e il 20 novembre ha costretto 41mila persone a fuggire dalle loro case di Port-au-Prince, «uno spostamento che non ha precedenti da quando abbiamo iniziato a rispondere alla crisi umanitaria del 2022» ha detto Grégoire Goodstein, a capo dell’Oim di Haiti.