«Essere diventato vescovo, e poi cardinale, ha certamente comportato per me nuove responsabilità, ma non ha cambiato in nulla la sostanza della mia vita missionaria.
Ci tengo a visitare il più spesso possibile le comunità locali e a condividere con esse piccoli e grandi momenti di vita quotidiana».
Ma attenzione: «questa semplicità relazionale non è una strategia di evangelizzazione, è un modo concreto di seguire Cristo».
A parlarcene in questa intervista, è padre Giorgio Marengo, missionario della Consolata, in Mongolia dal 2003, e Prefetto apostolico di Ulaanbaatar dal 2020.
Nel 2022 papa Francesco lo ha creato cardinale.
Per lui, classe 1974, che non ha mai perso l’approccio semplice degli inizi, «impegnarsi per una maggiore giustizia significa anche testimoniare che la nostra fecondità non si misura in termini di successo, ma di presenza».
Marengo risiede oggi nella grande capitale affollata e col desiderio di modernità, dove si riversa quasi la metà della popolazione mongola.
Il missionario sfata però il mito che ci sia una contraddizione tra «due Mongolie: quella della gerd, la tenda delle steppe, e quella dei grattacieli».
Spesso, argomenta il cardinale «all’estero si tende a parlare della Mongolia come di un Paese diviso: da un lato c’è la vita urbana moderna e globalizzata; dall’altro quella rurale, più legata ai ritmi del nomadismo e alla tradizione».
Nonostante «il rischio di una globalizzazione dell’indifferenza», questi due volti «non sono in contrapposizione – dice – poiché finora la società mongola ha saputo mostrare una grande capacità di adattamento mantenendosi fedele alla propria storia».
Parlare di cambiamenti sociali in Mongolia «è un po’ come provare a descrivere un paesaggio da un treno in corsa ad alta velocità – spiega – Ci sono stati progressi significativi ma la povertà rimane una grande sfida».
Anche per questo la maggior parte delle attività della Chiesa in Mongolia riguarda lo sviluppo umano integrale. E a proposito del tema giubilare, ci racconta una bella storia.
«Quando penso alla speranza vedo dei volti. Uno di questi è Otgongerel Lucia: nata con una grave disabilità fisica, priva della parte terminale degli arti superiori e inferiori.
Ha scelto di impegnarsi in iniziative di solidarietà mentre cresceva nel suo cammino di fede, prima come volontaria e poi come impiegata stabile.
Oggi dirige la Casa della Misericordia di Ulaanbaatar, inaugurata da Papa Francesco nel 2023, che accoglie persone in difficoltà offrendo cibo, assistenza medica e ascolto».
E perciò, conclude il missionario, «la speranza per me è decisamente concreta: si traduce in apertura alla vita, e nella capacità di generare il bene, persino nelle situazioni più fragili, attraverso piccoli gesti che testimoniano all’altro che è guardato e riconosciuto come persona».
D’altra parte, ricorda, «lo stile di Dio è la delicatezza: l’eternità racchiusa in un piccolo seme. Lo scrittore francese Charles Péguy parlava della speranza come di una bambina».
(Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Avvenire)

