Don Marco e quei sei anni in Brasile di cambiamento totale

Facebooktwitterlinkedinmail

Dopo sei anni in Brasile è rientrato a maggio di quest’anno don Marco Dal Magro, fidei donum della diocesi di Vittorio Veneto.

«Più precisamente sono stato in Bahia, nella diocesi di Livramento de Nossa Senhora. Parroco a Tanhaçu, in una parrocchia di 22 mila abitanti con un territorio di 1.200 chilometri quadrati», dice il sacerdote, classe 1984, che al suo posto ha lasciato un altro fidei donum, dopo averlo affiancato da novembre.

A sua volta, don Marco era arrivato proprio lì perché «la diocesi di Vittorio Veneto ha iniziato uno “scambio missionario”: dal Brasile, don Nicivaldo De Oliveira Evangelista era stato inviato da noi ed io, nel 2019, sono partito».

Un viavai di persone, esperienze, energie che ha sempre più dato forza a questa sorellanza tra Chiese.

«Riconosco che non è stata un’esperienza sempre facile, soprattutto all’inizio, con l’arrivo della pandemia.

Allo stesso tempo, però, mi sono reso conto di quanto sia bello ripartire dai fondamenti, da quello che sta alla base della nostra fede».

Un ritorno all’essenziale che comporta anche delle sfide da affrontare.

«Per me, anzitutto, è stato necessario entrare in una cultura nuova, che non conoscevo e che per molti aspetti era diversa dalla mia».

Poi, è toccato alle dinamiche pastorali.

«Fare il parroco in un territorio così vasto e con una discreta povertà di mezzi, non è la stessa cosa che esserlo in Italia; inoltre, la presenza nelle attività pastorali e nelle varie comunità è molto ridotta e bisogna quindi affidarsi e fidarsi».

Don Marco, attualmente in attesa di un incarico, racconta di essere partito senza grandi aspettative.

«Non sono io che ho chiesto di andare: è stata una proposta del vescovo, alla quale non ho detto di no e che all’inizio mi faceva tanta paura».

Il tempo, il rapporto con la gente, la spinta missionaria hanno poi lasciato spazio a tanto altro: «l’idea dello scambio, con la quale sono stato inviato, mi ha accompagnato e ancora mi accompagna.

Torno a casa, infatti, con la gioia di aver condiviso un’esperienza di fede con tanti altri fratelli».

Ripensa al saluto finale nella parrocchia di Tanhaçu e alle parole che gli sono state rivolte, don Marco.

Una lezione che si porterà dietro per sempre: «l’incontro tra due modi diversi di vivere l’essere cristiani, vissuto in punta di piedi, è diventato un annuncio più forte e più efficace di tante prediche o catechesi».

Uno scambio reciproco. Questo è stato per lui il suo servizio da fidei donum: non ha portato la fede, ma questa ha vicendevolmente aperto gli occhi su aspetti poco esplorati della vita dell’altro.

Un tema su tutti, quello della catechesi.

«Noi tutti sappiamo quanto sia importante, ma vivere in una realtà di missione, in cui se ne percepisce la carenza (sia per la storia passata, sia per l’attuale incapacità di avere persone disponibili e formate per questo servizio), mi ha fatto riflettere.

Molte volte, sono rimasto positivamente impressionato dal desiderio di alcuni adulti (anche di 50-60 anni) di conoscere». Un monito e una testimonianza per noi, per «non accontentarci del minimo, per rinnovarci e scendere in profondità».

Ora, il sacerdote bellunese dovrà riadattarsi (di nuovo) ad una realtà differente, ma i missionari hanno più consapevolezze che rimpianti.

«Non posso pensare di vivere qui come vivevo in Brasile; e neanche posso supporre di aver capito tutto e di avere cose da insegnare.

Mi mancherà certamente l’allegria durante le messe o le celebrazioni molto animate, ma mi porto nel cuore tutto questo come stimolo a cercare la bellezza dell’esperienza religiosa nella semplicità e nel desiderio di capire cosa centri Dio con la nostra vita».

Tutto ciò, a livello pastorale, diventa anche «un motivo in più per interrogarsi, mettersi in discussione e per trovare (o per lo meno cercare) nuove vie di annuncio, con mentalità più aperta e più entusiasmo».

È una strada a doppio senso, che interpella chiaramente tutti.

Per esempio, alla domanda sui frutti della sua missione in Bahia, don Marco risponde così:

«il fatto di aver interrogato, con la mia presenza, i miei parrocchiani e averli portati a riflettere sul senso profondo delle loro pratiche tradizionali».

Perché, forse, a prescindere dalla latitudine, «il rischio è quello di fare molte cose perché le abbiamo sempre fatte; e arrivando da fuori, da un’altra cultura, “costringi” le persone a pensarne il senso per potertelo spiegare».

Allargare gli orizzonti e scalfire le certezze. È il dono della missione, con un interrogativo per tutti: «Non è possibile fare in maniera diversa? Il Vangelo non ci spinge a scelte nuove?».