Bangladesh, il Damien Hospital e un “balsamo per molte ferite”

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Nell’immaginario collettivo è un qualcosa che appartiene ad un lontano passato, ma la lebbra è tutt’altro che un vecchio fantasma.

Ne sa qualcosa suor Roberta Pignone, direttrice del Damien Hospital di Khulna, in Bangladesh.

Era il 1988 quando l’Organizzazione Mondiale per la Sanità-Oms, dichiarava debellato il morbo di Hansen, la malattia meglio conosciuta col nome di lebbra.

Un errore grossolano ed inconcepibile perché la lebbra non è mai stata debellata. «Una dichiarazione di cui paghiamo le conseguenze ancora adesso – spiega suor Roberta, medico e Missionaria dell’Immacolata, la congregazione femminile associata al Pime – perché l’interesse, che era già scarso nei confronti di questa malattia, si è ridotto ulteriormente, ed abbiamo avuto come risultato un aumento delle infezioni semplicemente perché si smise di fare diagnosi».

Malgrado in Occidente si creda che la lebbra non esista più, questo morbo continua ad essere un enorme problema di salute pubblica in vari Paesi in Africa, America Latina ed Asia, dove le condizioni socio economiche precarie ne favoriscono la diffusione.

Secondo l’Oms, nel 2023 sono stati registrati 182.815 casi di lebbra, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente.

I Paesi in cui sono state registrate il maggior numero di diagnosi l’India, con 107.851, il Brasile, 22.773, l’Indonesia, 14.376. Ma sopra i 1.000 casi l’anno anche Bangladesh, Filippine, Mozambico, Nigeria, Congo, Sri Lanka.

Il Damien Hospital è stato aperto dalle Missionarie dell’Immacolata nel 1986 con l’obiettivo proprio di curare e prevenire la lebbra, l‘unica struttura ospedaliera specializzata nella sua cura in tutto il Bangladesh meridionale.

«Il Damien Hospital però non è solo un ospedale per malati di lebbra, dal 2001 abbiamo iniziato a curare anche la tubercolosi, e dal 2012 Hiv e Aids – specifica la religiosa -.

Offriamo servizi in altri 10 centri della regione di Khulna, dove vengono accolti i pazienti, fatte le diagnosi ed iniziate le terapie, e dove io mi reco ogni settimana per fare ambulatorio.

L’ospedale ha 33 posti letto, per le cure, la fisioterapia o la semplice convalescenza.

Registriamo circa 100 ricoveri e 30 diagnosi di lebbra l’anno, 300, invece, le diagnosi di TBC».

«Da sempre ho frequentato la parrocchia – ricorda suor Roberta – e quando mi sono laureata in Medicina e Chirurgia mi sono accorta che essere medico non mi bastava, sentivo il bisogno di dare una forma, un colore ed un gusto diverso al mio essere medico.

Quindi, dopo un cammino nel Pime, ho fatto una esperienza missionaria nel Bangladesh e qui la scoperta delle Missionarie dell’Immacolata e la decisione che volevo essere come una di loro»

«La mia è la malattia dei poveri – spiega la religiosa -, uso farmaci che in Italia non esistono più, che sono poco costosi ma che mi permettono, comunque, di dare ai malati una condizione di vita migliore rispetto a quanto potrebbero avere.

Di sicuro è forte il senso di solitudine, sono l’unico medico straniero che lavora per curare la lebbra e non ho possibilità di confronto diretto con altri medici.

La diagnostica è limitata perché gli esami costano, i malati non se li possono permettere ed è tutto a carico nostro. Fare TAC, risonanze magnetiche, aghi aspirati eco guidati sono spese importanti che sono chiamata a valutare attentamente».

Nel suo servizio suor Roberta non parla della sua fede, le basta prendersi cura dei suoi malati.

«Non sono venuta in Bangladesh per fare conversioni, sono in questo Paese per parlare di speranza, essere speranza per queste persone che speranze non hanno.

Qualcuno si domanda il perché sono qui, ma non me lo chiede mai».

La condizione della donna è l’aspetto della cultura del Bangladesh che suor Roberta non riesce a mandare giù, anche dopo 14 anni di vita nel Paese.

«Le donne sono considerate un possesso del marito, non possono decidere cosa fare delle loro vite, debbono solo fare figli, custodire la casa e prendersi cura dei suoceri.

Donne spesso costrette a stare in casa, ad uscire solo per andare dal medico, senza poter studiare né farsi una cultura.

Per questi motivi, il mio ricordo più bello è legato alle relazioni che si sono create con queste donne, che dopo essere mie pazienti diventano le mie amiche e le mie confidenti, oppure i loro figli che sentono il nostro ospedale come una seconda casa».

“Balsamo per molte ferite” il libro in cui suor Roberta racconta la sua missione, nasce dal desiderio di dire «quello che è stato il Signore per me, un vero balsamo per le mie ferite quando pensavo che non ce l’avrei fatta ad avere una vita felice, che invece mi ha fatto cambiare strada, salvata e redenta.

Così come lui è stato un balsamo per me, io voglio assolutamente essere un balsamo per questa gente».