Matteo, Andrea, Miriam, Emmanuel, Angela: i giovani ricercano (e trovano) vite piene di senso e bellezza

Vocazioni della Gen Z missionaria: da Goma a Scampia, da Roma al Ciad

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Matteo ha 21 anni, le idee (già) chiare e una vocazione che ha già fatto l’intero giro di boa e si è riposizionata sul versante missionario.

«Ho vissuto al centro della Chiesa, in Vaticano, e lì ho capito in poco tempo di essere innamorato della periferia».

Matteo De Vivo, seminarista del Pime, partirà quest’estate per il Ciad, in un villaggio al sud-ovest del Paese «dove non c’è nulla, neanche l’acqua e l’elettricità.

Mancano i servizi manca tutto, ma già solo l’idea mi commuove. Sono veramente innamorato della missione».

Tra i quasi 300 ragazzi intervenuti al Convegno Giovani e seminaristi di Missio a Misano Adriatico, Matteo a 14 anni era partito per Roma credendo di voler fare «il chierichetto papalino».

Poi ha sentito un’altra “chiamata” però: «ho ricercato la felicità tra il baldacchino di San Pietro e le mura del Vaticano, ma tutte le cose più vere erano nascoste dietro quattro lettere: Pime».

Attualmente è l’unico seminarista italiano del Pontificio Istituto Missioni Estere nato in Italia nel 1850. «Mi sono diplomato al liceo Sant’Apollinare di Roma e lì ho rivisto le mie convinzioni: da una visione curiale in ambiente clericale, sono passato al cuore di tutto che è Gesù, lui deve essere il centro».

Miriam Bianchi ha pure lei 21 anni e viene da Como. Studia chimica, fa parte del gruppo missionario M6 (Sei missione) dei saveriani, e d’estate (ma anche in inverno) con Andrea Gatti, 19 anni appena e gli altri compagni di missione, guidati da padre Carlo Salvadori – che quest’anno è andato in Ciad come saveriano – partono in pulmino per Scampia e Giugliano, nei campi Rom.

Con i bambini del ghetto nel ghetto passano intere giornate a giocare, a condividere. Ad ascoltare.

«Come si può essere indifferenti al mondo? Non siamo indifferenti al dolore, che sia il bambino Rom o il palestinese sotto le bombe di Israele», dice Miriam.

«La prima volta che ci sono stato avevo 14 anni – ricorda Andrea – Dico ai miei coetanei: provate per credere, è un’esperienza dalla quale non si torna più indietro, non sei più come prima!».

Tanto che il servizio civile Andrea quest’anno lo svolge proprio lì a Scampia.

Dal volontariato con gli impoveriti dal sistema, con le persone costrette alla privazione, nasce una passione, e forse una sana dipendenza.

Sempre «con una formazione spirituale dietro però», come precisa Miriam.

«Voglio viverle più spesso queste cose, voglio che siano parte integrante della mia vita. Adesso siamo in autogestione», dice.

Sono una ventina di giovani che creano un direttivo per prendere decisioni e forse in futuro aprire una associazione.

Andrea quando pensa a Scampia sente crescere indignazione: «perché la povertà mi fa arrabbiare? Perché tutte le ingiustizie in qualche modo sono legate.

Gli ultimi ed emarginati subiscono le conseguenze del sistema.

Il campo di Giugliano non si può definire campo perché è abusivo, non ha l’elettricità e non ha le fogne.

Ha solo l’acqua potabile fornita da una singola fontanella per 500 persone: una vera e propria baraccopoli». Però poi si sta con «i bambini che portano grande felicità ed energia.

Hanno una luce negli occhi rara».

E poi, dice: «penso che oltre alle battaglie fisiche e culturali per sconfiggere il fascismo e le ingiustizie serve anche un po’ di felicità e di amicizia e il nostro gruppo ce l’ha!».

Miriam parla del suo sogno: «fare una carriera accademica nel settore della chimica, ma il sogno ancora più lontano è conciliarlo con la missione: non ho ancora trovato la strada ma avverrà».

Angela Pujutta, di Pordenone confessa: «non credo di avere sentito ancora “quella” chiamata, una cosa grande che senti dentro… Ma nella mia vita ci sono stati momenti in cui sono entrata in un’altra dimensione.

E sicuramente con Missio Giovani a Pordenone avviene. È uno spazio dove rifletti molto, e poi c’è la concretezza dell’esperienza in Tanzania e in Marocco. In viaggio mi sento leggera, entro in relazione con le persone.

Mi sento un po’ più libera rispetto a questa società dove non trovo il mio posto».

Il suo è un racconto quasi intimo: «vedere il contesto in cui eravamo in Marocco con i migranti è stata una sberla in faccia.

Un giorno abbiamo visto arrivare un ragazzo che era stato medicato la sera stessa e io ne ho conosciuto un altro che si chiamava come me: Angel.

Non parlava molto bene inglese e veniva dalla Guinea Equatoriale. Ci siamo trovati perché avevamo studiato la stessa cosa: elettricità.

Mi guardava stupito. E siamo diventati amici». Emmanuel Wabike ha una storia al contrario: viene dal Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo e fa il missionario comboniano.

«All’inizio del 2023 la mia città Goma è stata occupata dai ribelli dell’M23. Ho finito il noviziato in Benin, ho preso i primi voti e sono diventato religioso comboniano e la Congregazione mi ha mandato a Napoli.

Quando sono tornato in Congo per il visto i miei genitori mi hanno detto: “non venire, meglio la capitale”.

In una parrocchia di Kinshasa ho aiutato i sacerdoti ed è stato bellissimo: aprire le cappelle e celebrare, fare animazioni missionaria e scrivere per Afrique espoir!».

Da lì Emmanuel arriva nel Sud del Paese, ex Katanga, più precisamente a Lubumbashi, un distretto minerario.

«E’ pieno di miniere di coltan e oro – racconta il seminarista – Ho trovato i miei amici che fuggivano dalla guerra e dai ribelli che volevano arruolarli. E abbiamo creato una equipe missionaria».

Tutti questi ragazzi hanno una cosa grande in comune: passioni forti e un forte sentire missionario che aumenta col tempo anziché diminuire.