Intervista ad Alex Zappalà, direttore del Centro Missionario Diocesano di Concordia-Pordenone

Giovani, viaggio e missione: “dal senso di colpa al desiderio di giustizia”

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«Quando li porto in missione per l’esperienza estiva dico sempre ai miei ragazzi che se vogliono davvero fare qualcosa in più per cambiare il mondo, inizieranno una volta rientrati.

Noi lavoriamo quando torniamo.

Nel periodo in missione, dopo aver stretto amicizie, partecipato alle messe, incontrato missionari, la sera ci riuniamo in una stanza e capiamo insieme i meccanismi che generano povertà.

Così si passa dal senso di colpa alla voglia di giustizia.

crediti: Zappalà

Siamo cristiani e la nostra fede ci impone delle scelte politiche!

Missio Giovani si orienta verso la politica della giustizia».

A parlare, in questa intervista sul senso della fede incarnata, è Alex Zappalà, 40 anni, direttore del Centro missionario diocesano di Concordia-Pordenone.

«Il primo viaggio deve generare la scintilla della lotta sociale», dice.

La proposta per i giovani che partono tuttavia funziona solo se una volta sul posto si è più «sbilanciati sul versante dello stare che su quello del fare – spiega – È bello fare ma più ancora è dire: “io sono qualcuno per te”».

La relazione, lo scambio di sguardi e storie è la chiave.

«È finita l’epoca dell’invio dei container in Africa – afferma Zappalà –

Oggi la missione è senza dubbio relazione.

Questa è una Chiesa che ti dice: “c’è da guardare il mondo con gli occhi di chi non si gira dall’altra parte”.

Eppure la Chiesa spesso ha paura della propria profezia».

Missio Giovani entra nelle tematiche sociali andando all’origine: «cerchiamo di capire cosa vuole da noi il Dio dei poveri», spiega Alex.

I meccanismi da scardinare sono quelli del land grabbing, delle risorse minerarie predate, della fame, e tutto ciò «apre ad un’anima missionaria», dice.

Il Vangelo è la base: è ribellione alle ingiustizie.

La sigla Missio Giovani oggi ha un’eco forte nel Triveneto ma non è stato facile attrarre i ragazzi fino a triplicarne le adesioni.

Come ci è riuscito Zappalà?

«All’inizio me lo chiese il vescovo di Pordenone nel 2019: voleva lo aiutassi nella pastorale giovanile in diocesi.

Io, che sono siciliano non conoscevo né il Veneto né il Triveneto, ma ho accettato la sfida».

Inizialmente Alex dovrà fare i conti con un «territorio lento e con reazioni microscopiche da parte dei ragazzi», come ammette lui stesso.

Dopo il Covid, nel 2022, porta i giovani in viaggio missionario in Tanzania.

«È la mia seconda casa quella – spiega – mia moglie è tanzaniana e mio figlio anche se nato in Italia è per metà africano. Una volta rientrati ho invitato il gruppo al Centro missionario per una rilettura dell’esperienza estiva: si sono presentati tutti!

E da lì abbiamo iniziato un percorso che non è più finito».

Da 7 i ragazzi diventano 15 e poi 30: questa estate anche i loro genitori, 17 adulti “evangelizzati” dai figli, partiranno con Alex.

Nell’inverno successivo al primo viaggio, Zappalà contatta i missionari della Consolata per portare i ragazzi in Marocco dove vengono accolti i migranti lungo la rotta del deserto.

«Ho chiamato padre Gianni Treglia: a Malaga la Consolata ha un centro per migranti ma lui mi ha suggerito Oujda, dove le persone sono ad un passo dall’arrivo ma il mare li separa dall’Europa.

Ho portato i ragazzi in Marocco senza sapere nulla di quello che avremmo fatto.

L’incontro con le vittime della violenza fisica, sessuale e psicologica tra deserto e trafficanti, è devastante e bellissimo.

Sono ragazzi che vengono trattati come merce di scambio per arricchire altre persone. Partono sanguinanti e arrivano invisibili».

Dall’esperienza di Oujda è nato uno spettacolo itinerante che tutt’ora è la testimonianza viva dell’incontro dei giovani di Pordenone con i loro fratelli in viaggio.