Una vita in missione dal Brasile al Nord dell’Argentina e al Paraguay, suor Liberata Magliochetti, figlia della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, ha imparato dagli ultimi l’alfabeto della missione.
«La porta di ferro si è chiusa alle spalle con un tonfo secco, un suono che vibra dentro il petto più che nelle orecchie. Davanti un corridoio stretto, illuminato da una luce giallastra: muri scrostati, passi pesanti, sguardi giovani ma già stanchi.
È stato in quel momento, attraversando quell’aria immobile e carica di attesa, che ho capito che non stavo entrando solo in un luogo, ma nella vita ferita di tante persone».
É il 1999 e suor Liberata Magliochetti, figlia della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, è alla sua prima esperienza volontaria in carcere in Brasile.
Ricorda con particolare emozione i momenti vissuti con alcuni giovani che non avevano mai potuto frequentare la scuola: assistere ai loro progressi, vedere l’impegno, la soddisfazione per ogni conquista era un dono pieno per tutti.
Un aspetto purtroppo presente era la diffusione della droga e le sue conseguenze: la progressiva distruzione della persona, le pene da scontare e l’impatto devastante che tutto questo provocava sulle famiglie e sull’intero tessuto sociale.
Oggi, a 71 anni, guarda alla sua storia con un senso profondo di gratitudine.
Racconta un cammino lungo, intenso, sorprendente, che ha scolpito la sua identità e allargato lo sguardo sul mondo e su Dio: ha trascorso 33 anni di missione in Argentina, Paraguay e Brasile.
In Italia ha fatto solo in tempo a completare la formazione e partire a 29 anni per farvi ritorno a 62.
La sua prima tappa missionaria è stata la periferia di Buenos Aires, a circa 30 chilometri dalla città, in un quartiere abitato principalmente da famiglie boliviane e da italiani emigrati nel dopoguerra, soprattutto dal Sud d’Italia.
Fin dal primo giorno, suor Liberata si è sentita accolta, e con il sostegno delle sorelle di comunità ha incontrato famiglie, ha ascoltato e accompagnato «stando in mezzo alle gente», abitando nel cuore del quartiere.
Successivamente ha trascorso quattro anni nel Nord dell’Argentina, nella provincia di Formosa, al confine con il Paraguay, senza avere nulla: biciclette senza freni, strade sterrate, mancanza di acqua potabile, ma soprattutto la gioia condivisa per ogni piccola cosa, come l’arrivo della pioggia che riempiva le cisterne.
Da quelle comunità ha imparato il valore dell’essenziale e la dignità racchiusa nelle cose semplici, che la povertà materiale non toglie dignità e nelle case fatte di tronchi di palma e fango ha trovato poesia, serenità, accoglienza.
Ogni famiglia, per quanto povera, aveva qualcosa da condividere. In questi luoghi ha scoperto il valore delle cose essenziali e la bellezza di una vita vissuta con cuore aperto.
Dopo l’Argentina, il Paraguay è stato un ponte: un tempo di transizione che l’ha preparata alla missione successiva, un vero laboratorio di umanità e di semplicità prima di arrivare in Brasile, dove ha dovuto imparare la lingua e conoscere una cultura ancora diversa.
È il Brasile fa scoprire un dono inatteso: l’amore per il servizio in carcere. Non era mai entrata prima in un penitenziario, ma quella prima esperienza, la segna per sempre.
Ritorna in Italia e il servizio in ambito carcerario non si ferma, prima a Napoli nel carcere di Poggioreale e poi a Roma nella sezione femminile di Rebibbia.
In Brasile, racconta suor Liberata «le relazioni erano più dirette, i movimenti più liberi e c’era maggiore possibilità di proporre iniziative educative, religiose o ricreative.
Le norme esistevano, certo, ma lasciavano uno spazio concreto di fiducia e libertà, sempre nel rispetto dei necessari limiti.
Li si incontravano quasi esclusivamente cittadini brasiliani, in Italia, invece, la popolazione carceraria è molto più eterogenea.
La burocrazia italiana spesso ostacola il lavoro: ogni carcere sembra quasi un mondo a sé, con regole e modalità che variano molto.
A volte sembra di trovarsi davanti a piccoli “feudi” in cui possibilità, limiti e divieti dipendono in larga parte da chi dirige la struttura». Il suo oggi è un bagaglio immenso: esperienze, volti, sorrisi, lacrime, insegnamenti. «Mi servirebbero altri 33 anni – dichiara suor Liberata – solo per comprenderlo completamente».
Da due anni sta vivendo anche un’altra un’esperienza preziosa: una comunità inter congregazionale formata da due Suore della Carità e due Figlie di Maria Ausiliatrice a Roma.
Condividono carismi, doni, servizi pastorali, educativi e caritativi, testimoniano che è possibile l’unità nella diversità, e che questa unità è già missione, già annuncio, già Vangelo vissuto.
La sua missione, oggi come ieri, è un intreccio di fragilità e forza, di povertà e ricchezza, di libertà e affidamento, è il luogo in cui Dio continua a sorprendere, e la periferia, ovunque essa sia, profuma sempre di Vangelo e di mondo.

