Una lista di minori bisognosi di cure immediate è stata stilata dalla Chiesa, ma non c'è risposta da parte di Israele

“Subito i bambini a rischio fuori da Gaza, non c’è più tempo!”: accorato appello di padre Faltas

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Non c’è più tempo da perdere: i bambini di Gaza stanno morendo, uno ad uno.

Quelli più a rischio vanno evacuati subito, portati via, sottratti al martirio. Gli altri soccorsi sul campo.

Non esiste urgenza più grande di questa.

Il caldo infernale, i topi, gli insetti, i droni; le schegge, i proiettili, le malattie pregresse. La malnutrizione. Tutto contribuisce alla morte.

A dirlo non è solo la coscienza (residua) di chi guarda impotente l’infanticidio in diretta, ma anche uomini di fede (e potere) dentro la Chiesa.

Come padre Ibrahim Faltas e padre Pierbattista Pizzaballa.

«Bisogna far partire i bambini che hanno bisogno di cure, subito!

Sono le vittime più prossime alla morte: abbiamo presentato i nomi di chi sta morendo, ma bisogna farlo adesso, non si può più aspettare!».

Questo l’appello urgente lanciato stamani in radio da padre Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa.

La lista c’è: ma è ferma lì, in qualche ufficio dell’amministrazione israeliana che non dà il via libera.

Che blocca l’unica possibilità di salvezza.

La pressione politica ed economica su Israele in questo momento è tutto.

I bambini muoiono anche per il caldo, «prima era per il freddo e la fame, hanno urgente bisogno di cure!», è ancora padre Ibrahim a dirlo, incalzato su radio tre da Pietro Del Soldà.

Il morire di caldo, oggi, a Gaza, non è simbolico, non è un’immagine aleatoria, è la realtà materiale:

«le tende sono inferno e morte, io lo grido a Dio.

Lui sa che stiamo vivendo nei tormenti dell’inferno. Il caldo sta consumando i corpi dei nostri bambini», racconta al sito di Mada Masr, Emad al-Asees, mamma di una bambina di 3 anni. 

Padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta, durante un intervento tv con Limes ha parlato ieri degli inimmaginabili odori di Gaza e delle conseguenze mortali di un mondo in  macerie.

«Una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono – ha raccontato –  Mordono soprattutto i bambini.

E Gaza è piena di bambini. Si vedono ovunque».

«Se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti dual use non possono entrare», denuncia Pizzaballa.

Non è un caso che tutto ciò si abbatta sui bambini: sono loro le vittime predestinate e selezionate da Israele, scelte “deliberatamente come target”.

Lo denunciano le Nazioni Unite nel report che ha fatto più notizia in questi giorni. (qui)

Le foto dei piccoli martirizzati, amputati, colpiti alla testa (anche questa è una scelta ben precisa dello Stato di Israele), agonizzanti negli ospedali sguarniti, sono quotidiane.

Instagram ne restituisce i volti sofferenti ogni giorno: quello di Aline Al-farra ad esempio, 13 anni, colpita alla testa da una scheggia di proiettile d’artiglieria mentre era alla rotonda di Bani Suheila, a Khan Yunis.

O quello del piccolo Walid Youssef Abu Jazar, dieci anni, colpito ad al-Mawasi, ovest di Khan Younis e morto al Nasser hospital.

Quella però più straziante ritrae un bambino di neanche tre anni, con la testa fracassata e il corpo insanguinato in un letto d’ospedale.

Dire basta, opporsi, scendere in piazza (come si farà venerdì 3 luglio in un presidio a Montecitorio a Roma), non è un optional.

Manifestare con ogni mezzo il proprio dissenso di fronte all’orrore, chiedere l’evacuazione delle vittime, la fine del genocidio, la liberazione dei bambini dall’inferno, non sono scelte individuali che si possano eludere.

Sono obblighi morali minimi per non dirci complici e consenzienti; per provare ad uscire dalla spirale dell’impotenza e assuefazione.

Tutti, ognuno col mezzo che gli è più consono, possono dire no.

La rete dei “Preti contro il genocidio Usa”, ad esempio, poco fa ha inviato una lettera ai membri del Congresso, chiedendo di far rispettare «il cessate il fuoco e garantire che aiuti umanitari e medici raggiungano immediatamente Gaza senza restrizioni».

E pretendendo il «ritiro delle forze di occupazione israeliane da Gaza e pieno ripristino dei finanziamenti all’UNRWA».