I governi e le diplomazie occidentali sembrano aver perso di vista il Corno d’Africa, e con esso la guerra strisciante in Somalia, la variabile climatica, la conseguente scarsità di risorse e il proliferare di milizie armate.
Ma non Papa Leone.
Il Pontefice ha ben presente il peggiorare delle condizioni sociali e geo-politiche in Somalia e lo ha detto a chiare lettere durante l’Angelus di domenica scorsa in piazza San Pietro:
«seguo con grande preoccupazione la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia».
E ancora:
«episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini.
Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, affinché non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l’assistenza necessaria».
Cosa accade esattamente nel Paese africano vittima di carestia, stagioni delle piogge “fallite” e sistematici attacchi predatori delle milizie Al Shabaab?
«Il pericolo reale in Somalia è il mantenimento di un incerto status quo fatto di insicurezza, povertà, e militarizzazione», che distrugge ogni sogno di ricostruzione.
Così spiegava l’analista Nicola Pedde intervistato dal nostro giornale Popoli e Missione tempo fa. (qui)
Le condizioni da allora non si sono modificate se non in peggio.
Il Paese è visibilmente sprofondato in una grave emergenza umanitaria: circa sei milioni di persone, un terzo del totale, affrontano l’insicurezza alimentare dovuta a siccità persistente.
La stagione delle piogge del 2026, fondamentale per l’agricoltura, ha registrato precipitazioni inferiori alla media e distribuite in modo irregolare.
Per una popolazione rurale che dipende fortemente dall’agricoltura e dalla pastorizia, perdere raccolti e animali significa perdere cibo e reddito. Ossia tutto.
«Le fonti d’acqua sono esaurite, i pascoli si sono degradati e i mezzi di sussistenza risultano pesantemente compromessi», ha dichiarato Mohamud Moallim, Commissario dell’agenzia somala per la gestione dei disastri.
La siccità dopo anni di shock climatici che hanno progressivamente ridotto la capacità di ripresa non è tutto: a peggiorare il quadro compare un conflitto ignorato dalla comunità internazionale, dovuto alle attività del gruppo armato di matrice islamista Al-Shabaab.
Le cui scorrerie oggi rendono impossibile raggiungere le comunità in bisogno e quelle più defilate.
Secondo l’ultimo report dello European Union Agency for Asylum, aggiornato a giugno 2026, il «cuore territoriale» di Al-Shabaab è il centro-sud della Somalia.
Il suo quartier generale si trova a Jilib, nella regione del Middle Juba, che rimane una delle principali roccaforti.
Il gruppo mantiene inoltre presenza o controllo in vaste zone di Lower Shabelle, Middle Shabelle, Hiraan, Galmudug e Jubbaland.
«Migliaia di persone sono costrette ad abbandonare i villaggi, le proprie case e a cercare rifugio nelle città o nei campi per sfollati», si legge sui report delle Nazioni Unite.
Nel frattempo, i prezzi dei cereali crescono per via della riduzione delle forniture e dell’aumento dei costi del carburante.
Ma il clima nel Corno d’Africa cambia anche in direzione opposta: il “paradosso climatico” (come lo chiamano gli esperti) fa sì che si passi facilmente dalla totale assenza di piogge ad «inondazioni fuori misura».
Le previsioni per ottobre-dicembre 2026 indicano un forte rischio di piogge eccezionali legate al rafforzamento di El Niño.
Secondo la Fao in alcune aree la probabilità di inondazioni superiori alla norma arriva al 90 per cento.
Dopo mesi senza acqua, quindi, la Somalia in autunno rischia di passare allo scenario opposto: e a nuovi sfollamenti con danni alle infrastrutture.

